W.A.Y. - Parte II
La prima parte è qui. Si parlava di Romeo.
Oggi si parla della Giovanna. Per semplificare, mia mamma.

Una giovane e fiera Giovanna sulla neve. Con gran stile
Cosa può dare una mamma che non ha mai praticato sport di squadra in tutta la sua vita? Che non conosce - i due sport praticati in famiglia - il calcio e il basket? Che non conosce la tecnica o la tattica e tantomeno la preparazione fisica di questi sport?
Se questo blog si chiama "Build the game", ovvero "Costruire il gioco", il motivo principale è che in una calda giornata dell'estate appena passata - non so per quale motivo - mi sono messo a riflettere su quali siano stati i pilastri fondanti che mi hanno permesso di fare sport. E sono affiorati compagni di squadra, amici, allenatori, mio fratello. Un sacco di gente.
Ma senza la Giovanna, Alessandro e Michele non avrebbero mai messo piede in un campo da calcio e nemmeno da basket. Non servirebbe nemmeno spiegare il perché, ma è interessante - almeno per me - riscontrare che la persona più distante da qualsiasi concetto di sport è stata probabilmente la persona più importante nel mio sviluppo come giocatore.
La parola "sacrificio" è inflazionata, usata per qualsiasi contesto e in più è una parola che non mi piace. Perché esprime un atto singolo e terminale, come chi va in guerra a morire o come nel caso più famoso della storia, viene messo in croce e sacrifica se stesso per l'umanità.
Non dico che per la Giovanna sia stato semplice. Anzi, tutt'altro. Ma tutto quello che ha fatto per mio fratello e per me lo definirei meglio come: costanza, impegno, fiducia, responsabilità e resilienza.
Da quando eravamo alle elementari, nostra mamma ha avuto a che fare con due figli attratti fatalmente da tutto ciò che era rotondo, rotolava e si poteva prendere a calci. Mio fratello in primis. Il che, banalmente ha a che fare con questioni logistiche e di tempo. Portarci agli allenamenti, venirci a prendere, portarci alle partite, fare lavatrici a tutto spiano per avere sempre la roba pulita e asciutta, stirarla. Insomma ci siamo capiti.
Nei weekend arrivava a fare anche 7-8 lavatrici, una dietro l'altra. La Giovanna è stata il pilastro della nostra crescita. Lei non metteva mai bocca su quello che diceva o faceva l'allenatore. Non metteva mai bocca sulla lunghezza o la frequenza degli allenamenti. Non metteva mai bocca su quante ore passavamo fuori in strada o al campetto a giocare. Lei era quella che con costanza e impegno faceva le cose che andavano fatte. Romeo era al lavoro e aveva tempo da dedicarci o alla sera o durante il weekend. Ma il lavoro quotidiano lo faceva lei. Non ho ricordi - e credo nemmeno Alessandro - di giorni in cui il materiale per l'allenamento o la partita non fosse pronto. Era sempre tutto perfettamente lavato e pulito.
Qualcuno - forse proprio voi che leggete - potrebbe pensare: "Vi ha viziati". Forse, ma una volta cresciuti sia ad Alessandro che a me è rimasto un segno indelebile di tutto quel lavoro fatto dalla Giovanna. Dei pomeriggi estivi passati a stirare o delle sere passate a cucinare o dei pomeriggi in giro con la Fiat 126 a macinare kilometri per portarci ad allenamento. Quel segno è l'ossessione per i dettagli. Chiedete ad Alessandro come prepara oggi gli allenamenti e le partite. O chiedetegli la meticolosità con la quale passava il grasso sulle scarpe quando era giovane. Vero, mister Bresolin non lo faceva giocare se avesse trovato le scarpe sporche. Ma quella meticolosità - Alessandro - l'aveva vista e assorbita molto prima.
La Giovanna è stata - lo è tutt'ora - un pilastro invisibile ma indispensabile. Ha fatto quello che serviva fare, giorno per giorno, senza le luci della ribalta, senza chiedere perché. E ci ha insegnato - non a parole, ma con l'esempio - cosa significa essere costanti, essere presenti e sostenere senza imporre.
Dietro le quinte, come un regista di teatro che lascia il palcoscenico agli attori.
E poi c'è l'amore. E se la parola "amore" vi pare troppo sdolcinata, allora posso dirvi che era empatia umana. Per tutti, senza distinzione. Totale, profonda e onesta.
Non sto esagerando, l'ho visto.
La Giovanna per anni - lei vi direbbe per una vita - è stata la più classica signora delle pulizie. Romeo col lavoro a tempo pieno e la Giovanna col part-time. La classica famiglia media a cavallo degli anni'80 - '90. Ha lavorato anni in D.I.A. a Grumolo delle Abbadesse. A fare pulizie, se ci fidiamo del contratto di lavoro firmato. A vedere famiglie crescere se andiamo oltre. I proprietari dell' epoca, i signori Parro; e poi i figli; e poi i figli dei figli. Li ha visti crescere tutti. Ha fatto da guardiana, da babysitter, da confidente, da amica. Ha dato tutto quello che aveva nel cuore. Da persona buona, gentile e accogliente.
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| Unconditional love |
Alessandro - qui - vi ha già spiegato che per lui giocare a calcio è amore. E per me giocare a basket per anni, è stato amore. E tutti e due non sapremmo spiegare diversamente perché lo abbiamo fatto. Amore. Punto.
Sono piuttosto convinto che l'amore che abbiamo visto e percepito fluire dalla Giovanna - e anche da Romeo - ci ha fatto amare ogni singolo momento passato in campo.
Oggi, nel raccontare lo sport si cerca sempre di enfatizzare le situazioni di difficoltà. Magari una infanzia senza un genitore o addirittura senza tutti e due, una vita spericolata, atteggiamenti pericolosi. Mio fratello ed io siamo stati - e lo siamo ancora oggi - amati. Oltre ogni limite, amore incondizionato come cantava Tupac.
La Giovanna è stata il nostro primo esempio. Prima di qualsiasi allenatore o compagno di squadra. Prima di qualsiasi cosa. E ci ha detto - senza dircelo - che fare sport è una questione di amore, costanza, impegno, fiducia, responsabilità e resilienza.

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