Do tha Harlem Shake
Ci sono due sensazioni che non baratterei con niente altro mondo. Sensazioni che non hanno un prezzo. Che non possono avere un valore materiale perché si diventano parte del tuo dna. Si attaccano alla pelle e non te le togli più di torno. Nell'ordine:
1. Il primo bacio che dai alla ragazza/o che ti piace. Ve lo ricordate vero? Il tempo che si ferma e te che pensi: "Mannaggia sta capitando proprio a me". E quell'attimo è per sempre. E non è pronosticabile. Capita, nella totale casualità della vita.
2. Vincere un campionato da outsider. Vincere di squadra contro qualsiasi pronostico. Arrivare in fondo con il cronometro che scorre verso lo zero. Vi è mai capitato? Il tempo che si ferma e te che pensi: "Mannaggia sta capitando proprio a me". E quell'attimo è per sempre. E non è pronosticabile. Capita, nella totale casualità della vita.
Stagione sportiva 2012/2013. La sintesi in 4 parole è: DO THA HARLEM SHAKE.
Quando iniziai a giocare a pallacanestro, ancora negli anni '90 il mio pensiero è che avrei giocato fino a 40 anni e forse oltre. Era tutto quello che volevo fare. Non mi serviva altro. Quindi lo avrei fatto all'infinito.
Solo che i pronostici sono fatti per essere smentiti. E nell'estate del 2012, quindi ancora molto giovane - ne avevo 28 - all'improvviso, il basket diventò come la maglietta in fondo al cassetto dell'armadio. Inutile. Motivo? Penso più di uno. Stavo facendo casa e per la prima volta gli impegni finanziari - il mutuo per capirci - avevano la priorità. Ero andato a vivere con mia morosa - attuale moglie - e avevo oggettivamente altri interessi per la testa e all'improvviso mi ritrovai che il basket non si incastrava più nelle mie giornate. Era quasi un peso pensarci. Ah già, c'era stata un paio di anni prima la più grande crisi finanziaria mondiale e i temi dell'economia divennero preminenti. Più importanti di tutto il resto. Volevo studiare, capire, partecipare, dire la mia.
Fino a che un sms - sì non ero ancora smart - squarciò l'estate del 2012. "Mit, ti andrebbe di fare una seconda divisione qui a Quinto con i ragazzi della juniores?" Alberto Morbin - giocavamo assieme in Trasteverina - mi scrisse dal nulla, dopo anni che non ci sentivamo.
Il come e il perché abbia accettato quell'invito era - ed è tutt'ora - un mistero. Ma al primo giorno di preparazione, arrivai puntuale con il borsone pronto, le scarpe nuove e quella sana tensione di entrare in uno spogliatoio dove non conoscevo il nome di un singolo ragazzo.
Come aprii la porta, mi ritrovai avvolto da un'orda di ragazzini non ancora maggiorenni in piena tempesta ormonale. Non mi sentivo un loro compagno di squadra, mi pareva di essere il professore che andata in gita con classe.
L'idea era quella di far fare doppio campionato ai ragazzi giovani in modo da fargli fare esperienza. La seconda divisione si prestava a pennello da questa esigenza. Anche se, guardando le squadre del nostro girone mi tremarono i polsi perché tutte avevano ragazzi di esperienza che avevo già trovato in Serie D e in Promozione. E noi l'avremmo affrontata con la classica sporca dozzina di giovani sedicenni senza nessuna esperienza in un campionato senior. Insomma la classica annata da ricordare per la vita o da dimenticare il più presto possibile.
Ci sono però dei momenti che sembrano quasi dei messaggi divini, o ultraterreni, o semplifichiamo ancora, inspiegabili. Alla prima di campionato contro Longare, vincemmo di 50. Se i miei neuroni mi sostengono ancora, una roba tipo 88-38. Con Giovanni Sparelli - nostro lungo titotare - che a fine partita mi abbracciò grindando: "OOOOHH GRANDE MIT". Come se avessere limonato la più figa della classe. Ma per questo vi basta rileggere i punti 1 e 2 all'inizio di questo post.
Ve la faccio brevissima, perché mi serve dello spazio per L'HARLEM SHAKE. Perdemmo solo 2 partite in tutto in campionato, tutte e due in trasferta. Imbattuti in casa. La parte più bella di quella stagione fu proprio vedere i ragazzi più giovani fare doppi allenamenti, doppi partite e arrivare in campo con la sensazione che stessero facendo la storia di quella piccola e giovane società sportiva. Erano letteralmente in missione. Tutti. Da Riccardo, a Edo, Francesco, Pietro. Tutti, veramente tutti.
C'erano le pastasciutte cucinate dalle mamme dopo gli allenamenti. Le trasferte con gente che non aveva la patente. C'erano le incazzature in campo - memorabile un timeout in qui gridai addosso a Riccardo per un errore sotto canestro - perché ovviamente l'esperienza la fai con gli errori. E gli errori vanno prima accettati e poi corretti.
C'era Mauro - dirigente massimo - che arrivava ad allenamento sempre col sorriso. Si sedeva e osservava. E c'era sempre.
I playoffs erano tra le prime quattro, ma le prime due venivano promosse in prima divisione. Quindi vincendo la semifinale, avevi già portato a casa il risultato.
Prima di arrivare ai playoff, dobbiamo affrontare la questione "social network". All'epoca ero parecchio attivo su Facebook. Scrivevo per esempio tutti i riassunti delle nostre partite che erano l'evento più atteso della settimana. I riassunti eh, non le partite.
Erano gli anni delle prime "challenge", che in tempi più antichi si chiamavano "catene di Sant'Antonio". Se avete più di 30 anni sapete cosa fosse l'Harlem Shake. Se non lo sapete, fatevi un giro su Youtube.
Una sera, mi pare fosse fine Gennaio o giù di lì, Francesco entrò in spogliatoio con l'idea dell'anno: "Raga, dobbiamo fare l'Harlem Shake". Il mio primo pensiero fu: "COSA CAZZO E' L'HARLEM SHAKE". Manco il tempo di realizzarlo che due giorni dopo la situazione fu questa.
Gente in mutande, gente con pinne e boccaglio, gente con un mitra, gente con gli addominali disegnati. Lo abbiamo fatto signori, e lo abbiamo fatto alla grande.
Semifinale. Vittoria in trasferta in gara1, vittoria casalinga in gara2 con il palazzetto pieno e Ricky Zilio che chiuse la partita con un canestro in contropiede con fallo antisportivo, e il pubblico tutto in piedi ad applaudire
La finale - contro Schio - buona solo per definire chi sarebbe arrivato primo e chi secondo. Se siete stati con me anche nei capitoli precedenti, avete intuito che il basket è stato uno strumento per risollevarmi da giudizi affrettati e sfiducia generale. A 3 secondi dalla fine, sul 50-49 per noi, mi ritrovai in lunetta per due tiri liberi che avrebbero potuto chiudere la partita. Dentro il primo. Dentro il secondo. La sirena che suonò. Non è che ero felice, era che non ci capivo più nulla. Tanto che durante le premiazioni, Giovanni mi mise un braccio attorno al collo chiedendomi: "Mit, ma stai piangendo?"
Quella sera, i fantasmi, si sciolsero con il rumore del pallone che sfiora la retina. Tutte quelle frasi sentite a scuola quando ero ragazzino. "Bravo ma non si impegna", "magari cercati una scuola facile per le superiori, o magari vai a lavorare". O quella frase all'esame di terza media appena prima di iniziare l'orale: "Dai ,facciamolo parlare della pallacanestro così poi ce lo leviamo di torno", sparirono dalla mia testa e le mie spalle improvvisamente divennero leggere.
Servì un gruppo di ragazzini, che tutti davano per "spacciati" per farmi ricordare la cosa più banale del mondo. Giocare a pallacanestro significa mettere la palla dentro ad un cesto. Senza sofismi, senza liturgie strane, senza troppi schemi o paranoie mentali. Mettere la palla dentro al cesto.
Quel Quinto Miglio entrò nella storia ballando.
E quindi, DO THA HARLEM SHAKE.
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