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| Gli anni '80 nel loro massimo splendore |
Una foto non è mai solo una foto. Questa che vedete qui sopra racconta una storia, un modello, un modo di percepire la realtà che ci stava attorno nel lontano 1985.
Io sono il più piccolo in questa foto, al centro, sguardo serio, forse incazzato, bocca sporca di cioccolata. Avevo 2 anni circa. Ero circondato da ragazzini più grandi, alcuni adolescenti. Devis con la maglietta bianca, correva veloce come il vento. Simone con la maglietta blu, Diego con la maglietta bianca che è stato un secondo fratello maggiore. Giancarlo con i calzettoni rossi e mio fratello Alessandro sulla destra. Nell'era attuale, dove fare una foto richiede pose, luce giusta, un telefono costoso, lo sfondo giusto, il sorriso giusto perché altrimenti non è abbastanza social, questa foto scattata con una macchinetta vecchio stile, con la rete tutta piegata perché per andare a giocare nei campi la abbassavamo per scavalcarla, sorrisi con troppi denti mancanti e calzetti troppo lunghi, è una istantanea perfetta di quei tempi. Wild direbbero gli americani, "selvadeghi" diremmo noi a Vicenza. Selvaggi per chi non è anglo-veneto.
Questa canzone può aiutare la lettura
Questa foto è un manifesto culturale. I genitori facevano i genitori, facevano "le cose da grandi", i ragazzi stavano giù in strada a giocare. I più grandi magari buttavano un occhio sui più piccoli, i fratelli maggiori magari difendevano i fratelli minori. Era semplice, tutti andavano alla stessa scuola, tutti tornavano alla stessa ora, tutti andavano giù in strada a fare la stessa cosa. Eravamo figli di una comunità che si sviluppava lungo una strada a L di 200 metri. Le mamme ci guardavano dalla finestre dei condomini, lo stop a inizio della via era come le colonne d'Ercole. Vietato andare oltre da solo. La villetta dove abitavano gli americani però apriva ad un modo diverso, quasi fantastico. Loro avevano un sacco di roba che nelle nostre case non esisteva e nemmeno nei nostri negozi. E le loro porte erano sempre aperte. E non poteva mancare lo zio "matto" che suonava il piano alle 4 del mattino in estate con le finestre aperte. Una melodia lieve che arrivava sotto le nostre finestre. Nessuno si lamentava, lui sorrideva sempre, noi non capivamo nulla di quello che diceva. Però le loro porte erano sempre aperte e ci davano sempre da mangiare. Ok sì, si picchiavano in strada tra fratelli come mai avevo visto fare prima. Ok ci davano per merenda panini enormi ripieni di marmellata, burro di arachidi e patatine Chipster. Pensavamo tutti che dentro quella villetta, non tutti i neuroni fossero perfettamente allineati. Però si trovava un modo per stare assieme.
Si giocava, si stava assieme, ci si grattava le ginocchia sull'asfalto - i pantaloni con le toppe mi seguiranno fino alla terza media - ci si spaccava la testa uno contro l'altro per andare a colpire un pallone. Il ragazzino coi capelli rossi (mio fratello Alessandro) e quello con i calzettoni rossi (Giancarlo) al ginocchio per davvero. Buco in testa per uno, dente perso per l'altro.
Se fuori pioveva o faceva troppo caldo, tutti in taverna da Giancarlo a giocare a Monopoli, o in alternativa a giocare a ping pong in garage da noi, col tavolo costruito da nostro papà, più largo che lungo. Non c'erano problemi di età, era un sereno tutti contro tutti. Mi ricordo che non vincevo mai. L'inclusività all'epoca si traduceva in un "certo che puoi giocare contro di me, ma non lamentarti se non vinci mai". Il tempo e il continuo uso della racchetta da ping pong mi portarono alle prime vittorie. Romeo - mio papà - ci educò così. Io vi costruisco il tavolo, vi compro racchette e palline. Dovete giocare tutti. Il resto non mi interessa.
Nascosta dietro a questa modalità spiccia ma funzionante c'era una parola: pazienza. Per assurdo, era bello perdere a ping pong. Appoggiavo la racchetta sul tavolo, facevo posto a uno dei ragazzi nella foto e osservavo. Guardavo i loro colpi, come si muovevano. Seduto sulla sedia guardavo la pallina andare da una parte all'altra della rete. Per ore a volte. Il movimento e il suono erano ipnotici . Ta-tan, ta-tan, colpo dopo colpo, ta-tan, ta-tan.
| La storica nevicata del 1985 e dieto a mio fratello sulla sinistra, la villetta degli americani |
Noi stavamo assieme. Che fosse in strada, al parco, in taverna o in mezzo ai campi. Noi stavamo assieme. Era chiara la separazione tra il nostro mondo e quello dei grandi. I compleanni erano autogestiti, al massimo la mamma chiamava per farci mangiare la torta. Che non era nemmeno l'attrazione principale. Era solo un momento di pausa dal gioco. Perché noi giocavamo, sempre. E stavamo assieme. Sempre.
Era il nostro mondo, con le nostre regole. Non sempre giuste e quasi mai democratiche. Ma avevano un senso. Raro vederci tornare a casa piangendo. Molto più facile vederci arrivare a casa per cena per dire alla mamma o al papà: "dopo posso tornare giù a giocare?". La competizione l'abbiamo imparata lì, l'idea che non sempre si vince l'abbiamo imparata lì, l'idea che farsi male fosse una probabilità a volte anche elevata l'abbiamo imparata lì.
Giocavamo nei campi del sig. Ambrosini e se ci vedeva ci urlava dietro valanghe di parolacce - che ovviamente imparavamo subito. Però, quando col trattore passava a meno di un metro dalla rete dietro casa nostra, ci salutava sempre o ci suonava il clacson.
Sull'altro lato della casa, avevamo un campo di sorgo, dove d'estate passavamo pomeriggi a correre in mezzo alle file di piante e la sera a grattarci per il prurito. E poi a settembre arrivava puntuale la mietitrebbia. Enorme. Spaventosa. E io con il naso ficcato dentro ai buchi della rete a guardarla. E poi fare l'orto con papà Romeo. Quello sì era una roba figa. Perché vangare l'orto era come il ballo delle debuttanti. Era l'entrata in società. Se tuo papà ti dava la vanga in mano era il momento dove capivi che potevi stare con i grandi, a fare discorsi da grandi. Mio papà vangava, e io vangavo. Mio papà si fermava, io vangavo lo stesso perché quella vanga non era solo una investitura, era una responsabilità. Vangare era un lavoro tosto, ripetitivo, stancante e che ti faceva venire i calli alle mani. Ma non era nulla di diverso da quello che facevo in strada. Ovvero stavo con gente più grande, sotto il sole e a fine giornata i muscoli facevano male e magari avevi un bernoccolo in testa o un ginocchio sanguinante. L'orto era solo una strada 2.0. E in più per vangare bisognava osservare; come tenere la vanga, quanto profondo andare. Ed era la stessa cosa che facevo durante le ore passate ad osservare i ragazzi più grandi giocare a ping pong. Quindi, da qualche parte, dentro di me, era già tutto codificato. Pazienza, osservazione, impegno, un po' di dolore sparso qua e là.
Questo blog vuole dare un senso a quella foto, spiegare attraverso storie e attori, chi eravamo, come siamo cresciuti, cosa ci è rimasto dentro e come questo abbia influenzato il mio modo di fare sport e di vedere la vita. In un mondo dove tutto scorre veloce, in un modo dove "se ti fermi sei perduto", dove accumulare talenti è l'unico obiettivo rimasto, questo blog è un luogo di resistenza e di ricordo. Ricordo di cosa significa avere costanza, essere pazienti e come mi ha detto una ragazza in una scuola superiore a Schio qualche settimana fa, essere consistenti.
Il nome che ho scelto per questo blog "Build the game" ha a che fare con questa necessità. Analizzare come si costruisce il gioco, come si diventa un atleta e soprattutto come ci portiamo dentro, perché le emozioni, le esperienze e il contesto che ci sta attorno influenzano chi siamo e cosa facciamo. "Build the game" non vuole essere (solo) un confronto tra ieri e oggi, ma principalmente un racconto di come ho approcciato lo sport.
"La libertà è una forma di disciplina". Questo mi è rimasto di quegli anni. Libertà di sperimentare, di farci male perché non ascoltavamo gli altri, libertà di stare con i più grandi, libertà di annoiarsi (cosa si penserebbe oggi nel vedere un bambino da solo appoggiato ad una rete a osservare una mietitrebbia per l'intero pomeriggio senza mai muoversi?).
E oggi, anno 2024, quel bisogno di respirare libertà è più forte che mai.
Desidero un luogo dove posso ricordarmi chi ero e chi eravamo. Questo blog è quel luogo.
Perché noi giocavamo. E stavamo assieme.


Ciao caro Michele io sono qualche anno più vecchio...ma la foto potrebbe essere un copia e incolla dei miei tempi...
RispondiEliminaIl tuo vecio compagno Flavio
Grandissimo Flavio. Bei tempi quelli quando eravamo ragazzini.
EliminaGood old days! Leggenda narra che gli improperi del Sig. Ambrosini ancora riecheggino in zona Lioy nelle serate particolarmente limpide...
RispondiEliminaCentro