Boyz in da hood - I ragazzi del quartiere

Boyz in da hood. Gangster veri....

Negli ultimi anni, direi dall'avvento dei social in particolare,  è un susseguirsi infinito di rapper, artisti vari ma anche sportivi che esaltano il culto del "venire dalla strada". Culto mutuato ovviamente dalla cultura afro-americana. E' una corsa senza limite, perché ogni giorno salta fuori qualcuno che è più "street" e più "ghetto" di quello del giorno precedente. Ormai è una moda e come tutti i fenomeni di massa, una volta raggiunto un pubblico così vasto se ne perdono i confini.

Badate bene, non è un giudizio, è l'evolversi delle cose, è un predominio culturale. Venire dalla strada cosa significa esattamente? Cosa comporta? Toglie o dà qualcosa alla nostra vita?

Di solito si indentifica, nella cultura attuale, chi viene dalla strada come un poco di buono, magari con qualche problema con la legge o che ha visto o vissuto episodi di vita che era meglio non vedere o vivere.

Esiste però anche un'altra "strada". Come tanti nel quartiere dove abitavo da ragazzino, anche io sono uno nato e cresciuto sulla "strada". Anche se non sono mai finito in galera, non spacciavo e non ho mai menato nessuno.

Era una "strada" diversa. Ma che ha avuto una valenza sociale, sportiva e culturale enorme nella mia vita.


Sorrisi e pantaloni della tuta. 

Giocare in strada era importante? Non è una domanda banale, è una questione che qui viene trattata ai più alti livelli. Insomma, Roberto Mancini, ex ct della nazionale italiana di calcio dice apertamente che giocare in strada aiuta a sviluppare il talento. L'articolo - leggetelo prima di continuare - è illuminante e scritto particolarmente bene. Potrei non scrivere niente altro, ma credo sia utile mostrare cosa succedeva nelle nostre strade a metà anni '80, cosa si faceva nei nostri quartieri.

Breve estratto del link sopra

Come ho già scritto, noi in via P.Lioy giocavamo e stavamo assieme. La strada era un microcosmo di sistema di regole - semplici - non scritte, ma che andavano rispettate se volevi "sopravvivere". Specialmente per me, che ero il più piccolo di quel gruppo di ragazzi che in strada faceva di tutto.

Regole della strada? Mai sentite ufficialmente, ma era, per dirla all'inglese, il body language che ti faceva capire tutto. Se eri in strada, si giocava, a qualcosa ma si giocava. Calcio, pallavolo, corse in bici, nascondino, "spussa alta" (gioco in cui dovevi correre per prendere qualcuno ma se questo si metteva in in posto più in alto del livello della strada, allora non lo potevi toccare). Se non eri abbastanza bravo, forte, veloce facevi dell'altro ma non tornavi a casa a piangere dalla mamma o dal papà. Si stava in strada, si osservavano gli altri, si imparava e poi magari quando i più grandi finivano, allora potevi imitarli. La strada non era democratica, ma era onesta. Ti faceva provare, sbagliare e se non riuscivi aspettavi. Cosa si aspettava? Qualche amico della tua età o si aspettava che il tempo ti facesse crescere e diventare più forte. La pazienza - che è un talento da coltivare - l'ho imparata lì. Farsi male era una faccenda quotidiana, a volte anche più che quotidiana.


Altra pillola dallo stesso link


Non sono un esperto di argomenti legati alla motricità, allo sviluppo degli schemi motori e altre amenità del genere. Ma la netta sensazione che la strada abbia in qualche modo costruito il mio corpo l'ho sempre avuta. Stare per strada a giocare richiedeva abilità specifiche, come ad esempio schivare le buche, i tombini, correre sul cordolo del marciapiede con la bici o con la palla. Soprattutto, richiedeva di dosare la forza. Non potevi semplicemente calciare il pallone come se fossi in un campo da calcio, dovevi evitare che la palla andasse a sbattere contro le ringhiere, i cancelli, le macchine parcheggiate e in particolar modo, che i palloni non finissero sopra i fiori e le aiuole che le nostre mamme curavano giornalmente. Quelli sì, erano guai veri. Giocavamo in un fazzoletto di asfalto e come spiegato benissimo qui, senza saperlo ci allenavamo all'urgenza di rispondere agli stimoli esterni che in strada ogni giorno erano diversi, perché un giorno l'asfalto era scivoloso per la pioggia, a volte passavano le macchine, altre volte le biciclette, altre volte c'era vento. E ancora, certi giorni giocavi 2vs2, altri 5vs5 e gli spazi e la velocità cambiavano in continuazione. Allenavamo la ripetizione senza usare la ripetizione. 

Imparare a controllare la forza, ad accarezzare la palla, a tenerla tra i piedi l'ho imparato in strada ancora prima del primo allenamento vero in un campo da calcio. 

Per non parlare delle giornate passate nel giardino del condominio ad osservare mio fratello Alessandro e Giancarlo - Gianca per tutti - sfidarsi ai 100 palleggi consecutivi. E non si fermavano fino a che uno dei due non arrivava a 100. Quando loro avevano finito, era il mio turno. Ok, i risultati non erano dei migliori, se arrivavo a 15-20 palleggi era già un successo. Ma la ripetizione, la consistenza nel tornare sempre a provarci dava i suoi frutti. E anche in questo caso, palleggiavo sull'erba, sul ghiaino, con le scarpe, senza scarpe. Ripetizione senza ripetizione. Non arrivavo mai a 100, ma attorno ai 50-60 sì. Altra lezione, pazienza e ripetizione. Provare gioia, gusto fisico nel vedere che il tuo corpo reagiva agli stimoli. 


Il tavolo da ping pong costruito da Romeo dove passavo ore a guardare gli altri giocare prima che arrivasse il mio turno

Manifesto culturale. Tutto davanti al tavolo. Grandi, piccoli. L'unica cosa importante era poter vincere per continuare a giocare.

Pazienza. Ripetizione. In un mondo dove lo sport è diventato social, è diventato singola giocata esaltata, è diventato tutto breve e intenso, a me - e a molti altri - sono stati insegnati valori quali la pazienza e la ripetizione.

Solo avventure personali? Solo cose che ho fatto io? Direi di no. Ai più alti livelli del basket NBA escono storie che spiegano ed alzi esaltano la pazienza e la ripetizione.

Shai Gilgeous-Alexander, candidato MVP di questa ultima stagione NBA, quando era più giovane ha fatto esattamente quello che facevamo tutti in via Lioy. Ripetizione. In questo articolo di The Ringer ad un certo punto si può leggere cosa faceva un giovane Shai ogni singola estate. "Make layups off the backboard, using all parts of your hand—the inside, the outside, the fingertips—guiding the ball to each quadrant of the glass. Fifty times. Arc the ball high. Fifty times. Spin the ball. Fifty times. Develop the sensory memory of how to influence the trajectory of the ball in real time. Then do it again with the other hand."

Tradotto alla buona. Esercizi di tiro al tabellone prima con la parte esterna e interna della mano. 50 volte. Usando i polpastrelli. 50 volte. Cambiando angolazione sul tabellone. 50 volte.

Beppino Beato, mio ex allenatore, faceva esattamente questo per me. Ore di ripetizioni. 30 semiganci a destra, 30 a sinistra, 50 tiri liberi, 100 tiri da 2, 50 tiri da 3. E poi si ripeteva. All'infinito. 

Ma ancora prima di lui, la strada era diventata campetto. Ma lo schema era lo stesso. Con Andrea, aka "Il Geometra", andavamo al campetto alle 2 del pomeriggio quando non c'era nessuno. E non c'era nessuno fino alle 4. Quindi per due ore, per "ingannare il tempo" partivano centinaia di tiri. Senza sosta. Due palleggi, tiro, passaggio, due palleggi, tiro, passaggio, due palleggi. Da qualsiasi posizione, di sinistro, di destro, facendo il "giro d'Italia", giocando la Slam o a 21 (1 contro tutti senza regole) dove la capacità di reagire velocemente e in modo efficace ti evitava delle randellate sulle braccia o le botte sui fianchi. Allenavamo la ripetizione senza ripetizione. Quello che oggi è evidente da studi scientifici noi lo facevamo perché era piacevole farlo. Nel senso che ci dava piacere fisico.

Vabbè ci siamo capiti giusto?

Risultato? Ci odiavano. Sia i nostri coetanei che i ragazzi più grandi. Un giorno al campetto arrivò Andrea Reali, che all'epoca doveva avere già 18-19 anni. Noi dall'alto dei nostri 13 anni, dei nostri 50 kg ci giocavamo contro. "Ma cazzo, sto qua segna sempre" sbottò un giorno. Me lo ricordo come fosse ieri. Andrea non capiva come un ragazzino magro, senza un filo di muscoli, facesse sempre canestro. Ripetizione. Niente magia, niente fortuna. Ripetizione. Era impossibile competere a livello fisico contro di lui e contro tutti gli altri. Noi eravamo i più piccoli e non di poco. Quindi servivano strumenti diversi che ci permettessero di colmare il divario fisico. Il tiro dalla "media" era un ottimo strumento ma richiedeva un sacco di allenamento. Più mi allenavo e più miglioravo. Più miglioravo più gli altri si incazzavano. Era perfetto.

Martino Girardi, da vice allenatore in Trasteverina, prima della mia prima partita da titolare in Serie D, mi chiuse dentro la stanza degli arbitri e mi disse: "Te sei uno da 20 punti a partita qua dentro, se hai la palla devi tirare". Avevo 19 anni, timido come pochi altri esseri umani e davanti a me in squadra avevo mostri sacri come Nicola Donà, Antonio e Andrea Perozzi, Riccardo Roma. Non era nemmeno nella mia anticamera del cervello di mettermi davanti a loro. La sera dopo a Solesino, vittoria 116-99 (sì ok ve lo concedo, difese non proprio arcigne). Tirai qualsiasi cosa mi passasse per le mani. Ne misi 29 a referto. La mia prima grande partita tra gli adulti.

Non era fortuna, non era magia. Era Ripetizione. Ma senza ripetizione. Era la mia prima partita da titolare, era la mia prima volta per davvero in un posto che non pensavo potesse appartenermi. Eppure era tutto già più o meno decodificato nella mia testa, imprevisti compresi. Da quando provavo a palleggiare col pallone da calcio di mio fratello, a quando tiravo probabilmente 500 volte ogni giorno al campetto fino a quella partita a Solesino. Due palleggi, tiro, canestro. Ero nel mio flow, non c'era stanchezza, non c'era avversario. Due palleggi, tiro, canestro.

Oggi il mondo scorre ad un ritmo frenetico. Le informazioni sono incessanti, gli stimoli eccessivi. I video sportivi su Youtube durano 10-15 secondi. E' tutto più frammentato, ma come molti aspetti della tecnologia, è solo magia. Perché non permette di fermarti a capire i dettagli, ad apprezzare la ripetizione. Ma il trucco è sempre e solo questo. La ripetizione. Senza ripetizione

Oggi la comunicazione sportiva ruota attorno alle parole "hard work" (lavoro duro) e "grind" (fare fatica o sgobbare). Sì certo, si usa molto anche "have fun" (divertirsi). Le parole "piacere" e "soddisfazione" però non le trovo. Sembra quasi che ad usarle diventi debole. "Sacrificio", "fatica", "dolore" sono invece messaggi continui.

Non dico che non vadano usate o che non servano. Ma credo che, il provare piacere sia una "medicina" più duratura e stabile per raggiungere i nostri obiettivi. 

La strada per quanto strano possa sembrare, mi ha dato disciplina e controllo. La volontà di emergere e il piacere di farlo.

Dovremmo chiederci, se oggi le strade di quartiere vuote sono un progresso o meno. Non è una questione banale.

Nel dubbio, quando posso, prendo li pallone e vado al campetto. Quello che impari da ragazzino, non lo dimentichi più.

Due palleggi, tiro, retina che si muove. Passaggio, palleggio dietro la schiena, tiro, retina che si muove. Passaggio, palleggio tra le gambe, palla sempre più sicura nelle mani, tiro, retina che si muove. Passaggio, spin move, tiro, le mani che sentono il pallone, tiro, retina che si muove. Ora sono nel mio flow, nel ritmo giusto. Mani, tiro, retina. Mani, tiro, retina. Ripetizione. Senza ripetizione.



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