Tempo e spazio

Il tempo e lo spazio sono due unità di misura della nostra vita. Della nostra stessa esistenza. Prendo in prestito questa intervista a Paolo Bonolis, per parlare del mio tempo e del mio spazio. Tempo e spazio per fare cosa? Per diventare un giocare di basket. Ovviamente. Tempo e spazio per misurare i miglioramenti. Per misurare una progressione.

Lo sport - che piaccia o meno - è competizione. E la competizione necessita di una misurazione. Ripeto - può non piacere - ma lo sport anche quello dilettantistico richiede sistemi di misurazione. Ne parlavo pochi giorni fa con mio fratello - che da allenatore - ha bisogno di dati per misurare. Che deve sapere chi può giocare e chi no. E se può giocare quanto può dare. 

Il tempo e lo spazio sono però sistemi di misurazione non necessariamente scientifici. Ma che rientrano più in una sorta di sfera filosofica. A volte metafisica. 

Non ho le capacità di spiegarvi il tempo e lo spazio in termini scientifici o filosofici. Quindi l'unico modo - almeno dentro a questo blog - è quello di darvi esempi tangibili.

Estate 1999. Era da poco finita la scuola. Il che significava una sola cosa. Campetto ogni santissimo giorno. Ad ogni santissima ora. Uno di quei pomeriggi però, mi ritrovai dentro ad un pullman di linea in direzione Vicenza. Quartiere Stanga, precisamente nella sede sociale dell'allora Pallacanestro Trasteverina. Ero stato convocato da coach Beato che mi voleva parlare. O meglio, ci voleva parlare. Riunione a tre con il coach, Stefano Munaretto - mio compagno di squadra nelle giovanili - e il sottoscritto.

Ero sempre sopraffatto da pessimismo cosmico. Se il coach mi voleva parlare c'era un unico motivo. Voleva mandarmi via. Solo che la presenza di Stefano mi lasciava perplesso. Di solito le brutte notizie si danno in privato. E infatti il tenore della riunione fu diametralmente opposto alle mie aspettative. Il coach voleva aggregarci alla prima squadra - all'epoca in Serie D - e farci fare doppio - nel mio caso triplo campionato. La stagione 1999-2000 sarebbe stata un contino passare dal campionato Cadetti, al campionato Juniores alla Serie D. La scuola e lo studio - già molto sottovalutati - divennero un lontano ricordo.

Mi allenavo, andavo a letto presto alla sera. Quando non avevo allenamento alle 8.45 si spegneva la tv. Giocavo ogni weekend due o tre partite. Vita sociale azzerata, le ragazze manco sapevo cosa fossero. No, non sono rimpianti. Funzionava così. E a me andava benissimo.

Primo anno di Serie D? Tragico. Vedevo pochissimo il campo, e quel poco che vedevo non era esattamente indimenticabile. Anzi, il più delle volte erano tragedie. Errori madornali. Paura. Senso di inadeguatezza. E senso che ad ogni azione sarei stato sopraffatto da avversarsi più grossi, veloci, forti. 

Durante il ritorno da una trasferta a Noventa Padovana dove tanto per cambiare avevo giocato qualcosa come 5 minuti e avevo fatto schifo, coach Beato con suo fare ruvido ma onesto mi disse: "Hai paura dei contatti. Sei inutile in campo". 

Pochi giorni dopo - eravamo a cena a casa - mio papà mi disse: "Oggi ho trovato Beppino e mi ha detto che durante gli allenamenti non ti impegni".

Se mi avesse detto che a giocare facevo schifo mi avrebbe fatto meno male. Molto meno male. 

Partita di ritorno contro Noventa. Coach Beato mi mise in campo. Paura dei contatti? Non mi impegno. Vaffanculo. Noventa scappa via in contropiede. Sono l'unico a rientrare e a mettermi davanti al loro attaccante lanciato dritto a canestro. Pesavo 70 kg scarsi. L'avversario lanciato a canestro era il loro centro titolare. Una roba tipo di due metri abbondanti per 110-120 kg. Mi piantai dentro l'area dei tre secondi cercando lo sfondamento. Paura dei contatti. Non mi impegno. Vaffanculo. Venni scaraventato da 5-6 metri di distanza sbattendo col culo contro la protezione del canestro. Avevo appena fatto un frontale contro un camion lanciato in autostrada. Mi rialzai ancora non nel pieno delle mie facoltà. Pubblico in piedi ad applaudire. I miei compagni che mi davano il cinque. Paura dei contatti. Non mi impegno. Vaffanculo. Vincemmo quella partita. Ne misi 14 a referto senza sbagliare un tiro. 

A fine stagione, al primo turno playoff contro Montebelluna coach Beato mi sparò in quintetto. Forse una mossa psicologica per prendere in giro gli avversari. Schierare un ragazzino di 16 contro gente che aveva giocato anche in Serie B. O magari solo per il gusto di vedere se sarei sopravvissuto. Giocai bene - credo - o almeno al massimo delle mie possibilità. 

La stagione 2000-2001 non fu quella della consacrazione. Anzi. Tanta fatica ad adeguarmi ad un livello fisico che a me sembrava insormontabile. Gente troppo esperta per il mio livello di pallacanestro. Troppo intensi. Troppo tutto. E quindi tanta panchina. Ancora.

Mi veniva benissimo una cosa. Esserci sempre. Ad ogni allenamento. Ad. Ogni. Allenamento. Non giocavo? Il giorno dopo tornavo in palestra. L'allenamento era andato male? Il giorno dopo ero in palestra. L'allenamento era andato bene? Il giorno dopo ero in palestra.

Da qualche parte tutte quelle ore passate dentro ad un campo da basket mi avrebbero prima o dopo portato. 

La stagione 2001-2002 non diede tutti sti gran frutti. Più spazio sicuramente ma sempre una fatica micidiale a tenere il confronto fisico. Giocavo poco non perché il coach - che era diventato Alberto Carboniero - fosse cattivo con me o non capisse di basket. Anzi, ne capiva un sacco e capiva che non ero pronto ad avere un ruolo più ampio. Tanto meno essere un titolare. 

Estate 2002. La maturità? La patente? No. Era solo una questione di tempo e spazio. In questo caso di tempo perduto - o sprecato. E di spazio che volevo ritagliarmi in squadra. Dormivo assieme ad uno che quando si parlava di allenamento era tra l'ossessivo e il compulsivo. Sì, sempre lui. Batman.

Certo, lui si allenava per giocare a calcio, ma la parte atletica era sempre quella. Perché in qualsiasi sport devi saltare, correre ed avere fiato.

Il passo fu piuttosto semplice. Lui si allenava. Io mi allenavo con lui. Non facevo domande. Non avevo dubbi. Lui si allenava. Io mi allenavo. Tanta corsa, gli ostacoli, le ripetute sugli 80-100 metri. E poi la mitica panca fatta anni prima da Romeo. Rispolverata e messa in garage per fare pesi. 

La stagione 2002-2003 iniziò - come di consuetudine all'epoca - con la Coppa Veneto. Alla terza partita finii con 13 punti senza errori dal campo. Ma soprattutto una frase che ancora mi risuona in testa. Alberto Conte - ex Trasteverina pure lui - si avvicinò a fina partita dicendomi: "Io la palla la darei solo a te. Perchè segni sempre".

Dopo due settimane circa, ci fu la prima di campionato. Il discorso di Martino Girardi e i 29 punti a Solesino.

4 anni prima non stavo in campo, subivo i contatti e venivo - giustamente - messo in panchina. 4 anni dopo Aberto Conte mi disse quella frase. Ne misi 29 a Solesino ed ero titolare in Serie D. Che era molto più in là di ogni mio più sfrenato sogno.

Tempo e spazio. Certo, misurano la vita che scorre. Ma misurano anche l'impegno e la volontà che mettiamo per raggiungere i nostri obiettivi. Magari non sempre vanno a buon fine, magari alcuni finisco male. Ma il tempo e lo spazio dicono sempre qualcosa di noi.

Ho usato il tempo - 4 anni - per allenarmi. Per esserci sempre anche quando era veramente dura vedere il traguardo finale. Quel tempo ha generato uno spazio. Che è stato solo mio. Che solo io ho capito. Ho usato il tempo per crearmi un mio spazio per vedere cosa significa raggiugere un sogno.

Dopo i 29 punti a Solesino, sentivo non di aver appena iniziato un nuovo ciclo. Ma di averne chiuso uno. Di aver scalato una montagna e di essere lì a godermi il panorama. Quel singolo momento. Quella singola sera fuori dal palazzetto di Solesino avevo appena realizzato il mio sogno. 




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