Martino Girardi. La mia porta girevole

E' la sera di S. Stefano. 26 Dicembre 2024. Sono in ferie da inizio settimana. La frenesia del mondo, delle cose da fare, da leggere, da seguire è come sospesa in una bolla. Dicono sia la magia del Natale. Non sono mai stato un tifoso del Natale, del volersi bene per forza, degli auguri e dei sorrisi. Non sono quello che fa l'albero o mille regali a tutti. Non sono quello che va ai mercatini di Natale. Nulla contro a chi lo fa, anzi. Semplicemente per come sono fatto, per il mio carattere non ne sento il bisogno. 

Ma per motivi che qui non voglio approfondire, quest'anno, l'arrivo del Natale coincide con un periodo della mia vita particolarmente sereno e quindi dal 23 aver "tirato giù la serranda" e aver dedicato del tempo per fermarmi e pensare mi ha permesso di ricordare una persona che era un po' sparita dal mio radar.

Non lo vedo da oltre 10 anni, ma non è una questione fisica. Non mi serve vederla, parlarci assieme e dirgli chissà cosa. Stasera, però, visto che sono sul divano, con una tazza di thè fumante e i Lakers sul proiettore - ormai sono vecchio per guardare l'NBA alle 2 di notte - vi racconto di Martino. O meglio di Martino Girardi. Perché esiste un Michele Cogno prima di Martino ed esiste un Michele dopo Martino.

FLASHBACK.

Anno 2002. Direi Maggio-Giugno. Avevamo finito la stagione, io stavo "studiando" per prepararmi agli esami di maturità e in contemporanea stavo facendo pratica per prendere la patente. La teoria l'avevo passata con un solo errore e con Romeo da aiuto guida avevo consumato le gomme della Fiat Tipo in zona industriale. Per chiudere questi due capitoli. Patente presa con una esame durato 7 minuti. Maturità superata con un incredibile 73/100. Incredibile perché mi ero presentato agli esami con 1 in Matematica. Sì, 1, non ho sbagliato a scrivere. Al secondo colloquio con i professori, un mese prima circa, la Giovanna - mia mamma - si era presentata davanti alla professoressa di Matematica con un composto: "Buongiorno, io sono la mamma di Michele Cogno". La prof. De Mori le rispose con un gelido: "Signora, le dico solo che suo figlio quest'anno non ha nemmeno acquistato il libro di matematica". La Giovanna si alzò e mantenendo un minimo di contegno rispose: "Bene, penso che io e lei non abbiamo altro da dirci". Ecco perché vi dico incredibile.

Parlando di basket - se non ricordo male - era appena finita una stagione per me difficile. Primo anno in panca per coach Alberto Carboniero. Pilastro e anima fino a qualche anno prima della Pallacanestro Trasteverina. A 18 anni ero appena uscito dalle giovanili. Beppino Beato mi aveva inserito in prima squadra ma l'adattamento ai campionati senior - la vecchia Serie D, oggi DR1 - non fu esattamente semplice. Anzi, molti bassi, pochi alti e una oggettiva difficoltà fisica e comprensione del gioco. Quando attaccare, quando aspettare, quando aiutare. Insomma, lavori in corso. Anzi, cantiere aperto. 

Non ero nemmeno così sicuro che la società mi avrebbe confermato. C'era sicuramente in giro qualcuno più bravo di me e più pronto di me. Alla fine ero un ragazzino di 18 anni che sfiorava a fatica i 70 kg e i 190 cm. Insomma, uno dei tanti, veramente uno dei tanti. Almeno per i parametri della palla a spicchi.

Ero concentrato su altro in quei mesi, ma a fine stagione c'erano sempre gli allenamenti - facoltativi ma fino ad un certo punto - per provare ragazzi nuovi o semplicemente per lavorare sui fondamentali. Ero abituato nelle stagioni precedenti, che in realtà questi allenamenti finivano sempre con un 5vs5 e poi tutti in doccia. 

Quindi, non ero interessato a quello che sarebbe successo in palestra. Avevo la sensazione di non appartenere a quel livello e non sentivo particolare fiducia attorno a me. Quindi, vivevo il tutto con un sentimento di distacco. Una sera però, coach Carboniero annuncia che durante questi allenamenti sarebbe stato affiancato da un certo Martino Girardi. E che sarebbe diventato il secondo allenatore per la stagione futura. 

Ecco, questo era strano. Io di secondi allenatori in Serie D o alle giovanili non ne avevo mai visti. E infatti, al primo allenamento, Martino ci fece fare esercizi che raramente avevo fatto e con una intensità che a fine serata mi lasciava sempre con la "carne greva" e i muscoli indolenziti. Chiedeva intensità, ci voleva veder correre su e giù per il campo ai 100 all'ora e ci faceva fare un sacco di tiri da svariate postazioni. Eseguivo - alla fine era pur sempre la cosa che amavo fare di più nella vita - ma senza particolare coinvolgimento. Martino lo conoscevo da qualche giorno e aveva questo modo di fare un po' spiritato che onestamente mi dava fastidio. 

All'ultimo allenamento a Giugno - avevo la patente ma non avevo ancora iniziato gli esami - Alberto e Martino mi fermarono e Martino con un tono serio mi disse: "Michele, a me non piacciono i tatuaggi. Per la prossima stagione dovrai giocare con qualcosa che te lo copra". Gli stavo già rispondendo male - sono abbastanza suscettibile sulla mia libertà personale - che lui scoppiò a ridere assieme ad Alberto. "Era solo per dirti che sei confermato e ti aspettiamo a fine Agosto per l'inizio della preparazione". La conferma non me la aspettavo proprio. Per dirla in termini economici, avevo capito che loro due avevano firmato per me un assegno in bianco. Della serie, gli diamo un'altra opportunità, ma in linea di massa è anche l'ultima. Un primo anno in Serie D con Beppino Beato a scaldare la panchina e a giocare nel garbage time. Un secondo anno con coach Carboniero non esattamente positivo. Questa che doveva partire da lì a due mesi, sarebbe stata la stagione della verità.

Tornai a casa con una domanda in testa: "Perché proprio io?". Nonostante la patente, gli esami e una estate di "grandi decisioni" visto che avrei dovuto scegliere cosa fare da grande, l'unica idea che mi risuonava in testa era: "Sto giro non posso sbagliare".

FLASH FORWARD.

Anno 2010. Giocavo a Camisano - e senza falsa modestia - in una delle squadre più forti nelle quali abbia mai giocato. Trasferta a Montebello dove in panca sedeva l'uomo a cui non piacevano i miei tatuaggi. Vincemmo, doccia, usci dal palazzetto e incrociai Martino. "Ti posso parlare un secondo?" gli chiesi. Ci spostammo di qualche metro dai miei compagni che stavano organizzando la pizza post partita. "Martino, io ti devo ringraziare perché quello che mi hai detto 8 anni fa dentro lo sgabuzzino mi ha fatto diventare quello che sono ora. Hai creduto in me, prima ancora che io credessi in me stesso".

A essere onesti, Martino mi guardò come si guarda uno mezzo ubriaco che straparla. Non penso si aspettasse queste parole e non penso fosse cosciente di quanto quello parole ebbero un peso fondamentale nella mia crescita sportiva. Già, ma quali parole?

FLASHBACK.

"Sto giro non posso sbagliare". Estate 2002. Ufficialmente - almeno secondo la versione che i miei genitori sanno - alla mattina mi svegliavo per studiare per gli esami. La verità era leggermente diversa. Colazione, un paio d'ore al pc a giocare a Red Alert 2 - a mani basse miglior gioco ogni epoca - per poi scendere giù in garage a fare pesi sulla panca costruita da Romeo anni prima per mio fratello. Ora ero io quello che sollevava il bilanciere. Al pomeriggio stessa ricetta. Mettiamo in chiaro che non è che diventai grosso come Terminator. Però attorno a quelle braccia e gambe secche, qualcosa simile a dei muscoli stavano crescendo. 

Mi presentai quindi all'inizio della stagione 2002-2003 vagamente fiducioso. Sapendo che la concorrenza nel mio ruolo era clamorosa. Nicola Donà, Andrea Perozzi, Marco Tosetto per citarne alcuni. Rispetto a tutti loro, ero più piccolo, più magro e saltavo di meno. Per capirci, i tre qui sopra schiacciavano tutti da fermo. Meglio che non vi dica dove arrivavo io.

Faccio presto. Esisteva ancora la Coppa Veneto all'epoca. Giocammo 3 partite e già da queste prima uscite capii che qualcosa era cambiato. Mi sentivo meglio fisicamente ma soprattutto - non l'ho mai capito veramente il perché - in campo le cose mi riuscivano in maniera molto più semplice. A Rovigo, 8 punti con 4/4 dal campo. Alla seconda partita, doppia cifra sempre senza errori dal campo. E a Schio, ultima di Coppa Veneto chiusa con 13 punti e un paio di triple a segno. Mi pareva già di essere andato ben oltre le più rosee aspettative. Ero sempre partito in quintetto - ma in pre stagione vale come il due di bastoni quando va a coppe - e questo mi aveva dato fiducia.

Sì arrivò alla prima di campionato. Fine settembre, mi pare il 27 ma potrei sbagliare. Il venerdì - giorno prima della partita - classico allenamento di rifinitura. Si provarono gli schemi a metà campo, tanto tiro e poi tutti in doccia. Arrivai ad allenamento con il mio solito atteggiamento - quello di chi è lì senza farsi troppe domande - e uscendo dallo spogliatoio trovai Martino che mi stava aspettando con un sorrisetto. "Entra qua che ti devo parlare". Mi indicò la stanza degli arbitri. Chiuse la porta. "Che cazzo succede adesso?" pensai. Era la prima volta che avevo un colloquio privato con un coach. Era la prima volta che qualcuno mi guardava dritto negli occhi puntando il suo dito sul mio petto. "Michele, te la faccio breve, tu per me qua dentro puoi essere uno da 20 punti a partita". Guardavo Martino, con gli occhi spiritati, con il corpo freneticamente in movimento che mi parlava con questo accetto dell'ovest vicentino che mi faceva un sacco ridere e non capivo cosa volesse da me. 

Io che avevo sempre giocato a basket pensando ad una unica cosa. Fare meno danni possibili in campo, non capivo cosa mi volesse dire. "Non ti chiedo di fare chissà cosa. Mi basta che fai i tuoi due, tre movimenti e che quando sei libero tiri". Gli dissi di sì con la testa, ma non ero convinto di mezza parola di quelle che erano uscite dalla sua bocca. Ma figurati. Io? 20 punti a partita?

Passai tutto l'allenamento a fare calcoli del tipo: "Ok, qualche punto lo faccio così, poi dai 2-3 rimbalzi in attacco li prendo e metti che mi fanno anche fallo. E poi un paio di triple le metto. Magari un paio di contropiedi. Sì dai, ce la faccio".


FLASH FORWARD

Anno 2011. Primo anno di sempre in Serie D per l'Aurora 76. Polisportiva di Camisano Vicentino. Trasferta ad Oderzo. Loro uno squadrone, noi una banda di criminali senza paura di nulla. Partita persa 80-70. Ma combattuta fino a 2 minuti dalla fine quando il punteggio era ancora pari. In spogliatoio - a partita finita - Riccardo Carli, il nostro playmaker chiese un attimo di silenzio e fa: "Raga, facciamo un applauso al nostro capitano che stasera ha fatto di tutto per provare a vincerla". A fine terzo quarto, Giancarlo "Jeff" Maculan, nel nostro massimo sforzo per provare un allungo definitivo per portare a casa la partita, dal tavolo mi grida: "Mit ma cazzo hai fatttooooo?". Non capendo cosa volesse dirmi lo guardai allargando le braccia. "Mit, ne hai messi 22 nel terzo quarto"! Son tanti in effetti. Mi ricordo solo che qualsiasi cosa lanciavo verso il canestro, questa si trasformava in 2 o 3 punti. Furono 39 alla fine. 22 solo nel terzo quarto.

Guidando il pulmino nel viaggio di ritorno, la memoria tornò subito a quel colloquio con Martino nella stanza degli arbitri 9 anni prima. Aveva avuto ragione lui. Meglio. Non solo aveva ragione lui. Lui aveva cambiato il mio modo di giocare e probabilmente di essere.

FLASHBACK.

Serie D. Prima di campionato. Stagione 2002-2003. Trasferta a Solesino. Né Alberto né Martino mi avevano detto che sarei partito titolare e io nemmeno ci tenevo a scoprirlo. Ma chiamarono il mio nome nei primi 5. Davanti a 3 mostri sacri di prima. C'erano le parole di Martino che mi giravano in testa. Non tanto per la questione dei 20 punti. "Quando sei libero tira". Non sono mai stato uno fantasioso o che trova soluzioni. Ma so ascoltare ed eseguire. Primo pallone della partita, tripla dall'ala. Poi in successione, penetrazione sempre dall'ala. Canestro e fallo. Poi fallo sul tiro da 3. Poi penetrazione sulla linea di fondo e lay up di sinistro. A fine primo quarto avevo già messo a referto 11 punti. 

Fu una partita che non si vedeva spesso a quelle latitudini. 116-99 per noi alla fine del quarantesimo minuto. Una 4X400, non una partita di basket. Alla fine per il sottoscritto arrivarono 29 punti con 10/13 dal campo e 9/11 ai liberi. Non ricordo quasi nulla di quella partita. Ero letteralmente in uno stato psico fisico alterato. Perché non ricordo di aver sentito fatica. Non ricordo di aver avuto la sensazione di non farcela.

Martino a fine partita, in parcheggio prima di ripartire, mi abbracciò forte dicendomi: "Mi sa che stasera hai esagerato".

Martino rimase con noi fino a Dicembre. Poi ci dissero che non sarebbe più venuto. Non ho mai chiesto il perché. All'epoca ero uno che si faceva i fatti suoi, che tirava dritto senza accorgersi di chi in quel momento aveva fatto la cosa più importante e difficile nello sport in Italia. Dare fiducia e sostenere un ragazzo giovane che lui conosceva pochissimo e che fino a quel momento non aveva dimostrato di meritarsi minuti in campo. Lui aveva rischiato, aveva visto qualcosa che io nemmeno potevo immaginare. Aveva visto cosa sarei potuto diventare. Un giocatore di basket per davvero.

A 22 anni da quella scena nella stanza degli arbitri, è venuto il momento di rendere manifesto quell'atto di coraggio. Perché quel singolo atto ha cambiato la mia traiettoria. No, non sono finito in NBA o in Eurolega. No, non ho vinto un oro olimpico. Credo di aver fatto meglio. Ho vinto contro me stesso. O meglio contro l'idea che avevo di me stesso. E questo grazie al sostegno e alle parole di una persona che ha scelto di rischiare, senza avere un paracadute. Mettendoci la faccia e facendo di tutto per darmi quella singola opportunità che ogni essere umano si merita di avere nelle vita.

La porta girevole della mia vita ha un nome e un cognome. Martino Girardi

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