Adriano

Veneto. Anni '80. Il lavoro è importante. E' dannatamente importante. Il riposo dopo il lavoro è altrettanto importante. Dannatamente importante. I grandi lavoravano, i bambini andavano a scuola o a giocare in strada. Gli adulti da una parte, i bambini dall'altra. Separazione netta tra i due mondi, che si intersecavano alla sera a cena o durante il fine settimana. 

Con Romeo - mio papà - si andava a pescare il sabato mattina o si andava in Brenta in bicicletta. Ma durante la settimana c'era il lavoro. Sacro, non prorogabile. Infatti, era mia mamma Giovanna che ci portava a scuola, che ci veniva a prendere, che ci portava ad allenamento, dai nostri amici, in biblioteca, dal barbiere, a fare la spesa. E molte altre cose. 

Nell'appartamento di via P. Lioy numero 9 a Camisano Vicentino, eravamo 4 ragazzi (Diego, Manuel, mio fratello ed io) e noi eravamo del mondo dei piccoli, del mondo che non doveva svegliarsi per andare a lavorare. Noi giocavamo. Sempre.

Solo che c'era chi lavorava. Adriano - il papà di Diego e Manuel - in particolare lavorava in una azienda tessile in paese. Faceva i turni. E quando il turno era quello della mattina presto, il pomeriggio significava riposo. E riposo significava silenzio.

Sfiga. Il gioco dei ragazzini come noi però non prevedeva riposo e silenzio. E i due mondi si intersecavano in un momento della giornata nel quale non avrebbero dovuto intersecarsi. Scrivo di Adriano, perché questa è la storia di sport più importante che ho mai imparato. Anche se non è una storia di sport.

Questa storia nasce il 9 Ottobre 1963. Io non ero nato, ma per chi si ricorda, quel giorno ha un unico significato in Veneto. Fu il nostro 11 settembre. Vajont. La diga tiene,  ma l'acqua che fuoriesce dalla diga a causa dello frana del monte Toc, sotterra Longarone. Una bomba nucleare in una gola chiusa, tanto per dirla alla Paolini

Adriano, quella sera era lì. Asfaltava strade, lavoro richiesto nell'Italia degli anni '60. Il giorno dopo, avrebbe dovuto asfaltare un pezzo di strada a nord di Longarone. Arrivò in paese, era sera, era buio e lui  assieme alla sua squadra di lavoro avevano fame, sonno e bisogno di una doccia. Le osterie in paese erano piene, niente camere da letto libere. "Al paese dopo, forse trovate qualcosa di libero". Trovarono almeno da mangiare a Longarone, la camera e la doccia potevano aspettare. 

Mangiarono, era già tardi, meglio partire. Erano già le dieci di sera, passate ormai da diversi minuti. Longarone sparì alle 22.39. Adriano, nel camion, probabilmente sentì un rumore in lontananza. Ma ormai era buio, e il giorno dopo ci si alzava presto.

15 minuti, e di Adriano sarebbe stata cancellata ogni traccia. E così ogni traccia della sua storia, della sua famiglia. Di Diego e Manuel.

Il giorno dopo sveglia presto ma il lavoro fu diverso. I militari sul posto fermarono il camion. Serviva una mano. A far cosa di grazia? Come a far cosa? A tirar su corpi che riemergevano dal fondale del fiume. Oddio, corpi. Quello che restava. A decine. Pezzi il più delle volte.

Ho saputo di questa storia, circa 5 anni fa. Ero passato a salutare Adriano, faceva caldo, piena estate. Eravamo in terrazza, lui in canottiera bianca, immancabile, braccia robuste, mani robuste che se ti stringono penso possano spettarti in osso. Arrivati a quel punto del racconto, ai corpi da recuperare, Adriano non aveva più parole, non aveva parole per dirmi cosa aveva visto. Non aveva più parole, ma solo un silenzio enorme e un groppo alla gola ingestibile. 

"Michele, da quel giorno io non ho più voluto guidare".

Guardavo questo uomo, grande e grosso, duro, con le rughe scavate e le mani piccole ma tremendamente forti, appoggiarsi alla ringhiera della terrazza, piegato dal dolore come se quei corpi fossero tutti figli suoi. Ancora incapace di dare un contorno a quel 9 Ottobre 1963. Nonostante in mezzo fossero passati 50 anni, un matrimonio, due figli e ore su ore in fabbrica.

E io lì, fermo impietrito, a raccogliere i ricordi. Che finalmente capivo, che finalmente mettevo a posto certi tasselli. Quello che aveva visto Adriano quella mattina sulle sponde del Piave e come ho interpretato io lo sport, è di fatto una storia unica. Un filo che attraversa la storia recente dell'Italia. 

All'asilo, tornavo a casa in pulmino. Ad aspettarmi, sempre, mamma Giovanna, che apriva le braccia e mi stringeva a sé. Se lei non poteva, perché magari era in giro con mio fratello, c'era Adriano ad aspettarmi. No, lui non apriva le braccia, non abbracciava. No, lui mi prendeva per mano, con la sua mano piccola ma forte e mi stringeva deciso. Talmente deciso, che Lia - la moglie di Adriano - vedendoci rientrare gridava a Adriano: "Moeghe la man che teo copi" (Mollagli la mano che lo uccidi). 

Via P. Lioy a fine anni 80 era trafficata come l'Alaska in inverno. Non passava veramente mai nessuno. Tranne quelle poche macchine di chi rientrava la sera dal lavoro. Mio papà compreso. 

Non c'era nessun rischio oggettivo di finire stirato da una macchina, era praticamente una via di aperta campagna ma con un po' di asfalto. Eppure Adriano mi stringeva forte. Talmente forte che ancora oggi sento la mia mano che viene schiacciata dalla sua. Solo ora capisco, o almeno immagino. Lui non portava a casa solo me. Lui portava a casa quei ragazzi di Longarone, lui voleva assicurarsi che io arrivassi a casa sano e salvo, forse sperando di salvare qualcuno di quei corpi indefiniti. Il filo che univa me ed Adriano era racchiuso in quelle due mani che si stringevano. 

Non erano solo due mani strette una all'altra. Era l'importanza di celebrare la vita, nel senso più stretto del termine, intenso proprio come rimanere vivi.

E allora diventò tutto chiaro, su quella terrazza. Il perché quando i nostri due mondi si scontravano, era il suo mondo a fare un passo indietro, per fare in modo che il nostro mondo diventasse bello, armonioso e felice.

Lavorando a turni, Adriano il pomeriggio dormiva, la persiana della sua camera era quasi sempre socchiusa. Noi giocavano proprio lì sotto, tra grida, chiacchiere, corse e palloni che finivano ovunque. Mai una singola volta che Adriano si sia affacciato alla finestra obbligandoci a smettere. E avrebbe avuto tutte le ragioni e anche i modi per farlo. Mai una volta che Romeo e la Giovanna mi abbiano detto che Adriano si era lamentato del casino che facevamo. Mai una singola volta. Mai un lamento, mai una incazzatura. Mai.

"I putei gà da sugare, non podevo dirve sù". Tradotto, i bambini devono giocare, non potevo arrabbiarmi. 

Imprinting, detto con le parole di chi ha studiato. Crescendo e diventando prima un adolescente, poi un ragazzo e poi un adulto, ho sempre dato il mio meglio nello sport quando avevo con me persone (allenatori, compagni di squadra, dirigenti) che da una parte mi tenevano per mano per farmi sentire al sicuro e dall'altra parte mi lasciavano esprimere senza limiti, senza rimproveri. Lo sport, qualsiasi esso sia, richiede questo. Figure che permettano di esprimerti, di essere te stesso e allo stesso tempo che ti proteggano, dai fallimenti, dalle vittorie, a volte anche da te stesso. Adriano mi aveva trasmesso questo e questo mi serviva quando andavo in campo. 

E allora mi diventò chiaro, perché in campo mi sentivo in grado di fare qualsiasi cosa, dal difendere uno più grande e grosso di me senza aver paura, tirare da qualsiasi posizione, battere il mio uomo o andare a prendere rimbalzi che altri avrebbero lasciato lì. 
Perché Adriano senza mai dirlo apertamente mi aveva spinto a non aver paura, a non pormi limiti, a non pensare di non farcela.

Adriano è stato un maestro, un fine pedagogista senza mai aver aperto un libro di psicologia e senza aver mai messo piede in una aula universitaria. Un uomo che ha visto con i suoi occhi la più grande tragedia italiana e ha capito che la vita va vissuta, non va limitata e va protetta con tutte le forze che si hanno in corpo.

Quel giorno in terrazza, Adriano mi insegnò un po' di cose. Che il 9 Ottobre 1963 non lo aveva mai dimenticato e che il nostro mondo (dei bambini) era più importante del suo (da adulto).

Gliene sarò per sempre grato.



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