Il cavaliere oscuro

Il cavaliere oscuro


La prima puntata, per chi se la fosse persa è qui

Era ancora fresca la chiacchierata con mio fratello. Finalmente in una serata di mezza estate, godibile, abbiamo aperto il libro dei ricordi. 4 Luglio 2024. Chiara, la moglie di mio fratello mi offrì 2 fette di dolce appena sfornato, un bicchiere di Pepsi e io ero già la persona più felice sulla Terra. Avevo Batman davanti a me e per una volta senza mantello. Ero emozionato, o forse, timoroso. Avevo l'opportunità di vedere da dietro le quinte quello che aveva fatto in oltre 20 anni da calciatore. Avevo l'opportunità di vedere attraverso i suoi occhi, le cose che ha visto e vissuto. 

Eravamo fermi all'infortunio, alla riabilitazione e alla cyclette della Romilda. Alessandro già giocava a Cittadella. Decisi di ripartire da lì. Gli chiesi dell'infortunio. Nella mia testa, il vero spartiacque di tutta la sua storia sportiva. Mi aspettavo la classica risposta: "Eh sai, se non mi fossi fatto male..."

Leggero movimento della testa. Un respiro profondo. Alessandro si sistemò sulla sedia. "Eccolo lì" penso. "Ho colpito nel segno, ora mi dice la verità". Ero pronto a sentirmi dire quello che avevo sempre pensato, ovvero che quell'infortunio gli avesse precluso vette più alte".

Avevo le mani pronte sulla tastiera per non perdermi nemmeno una frase, una parola.

"No, no Michele! Vedi, io ho fatto tutta la trafila delle giovanili a Cittadella. Io vedevo altri che magari facevano uno o due anni, magari tre e poi mollavano. Io sono partito dagli esordienti e sono arrivato fino in prima squadra. Credo di aver fatto veramente qualcosa di importante. Credo di essere stato molto fortunato e credo di essermelo meritato."

"Perché cadiamo signor Bruce? Per imparare a rimetterci in piedi". 

Guardavo mio fratello, seduto su quella sedia che a sua volta mi guardava come se quello che aveva appena detto fosse la cosa più normale del mondo. Ma non era normale per nulla. Braccia conserte, sguardo vivo e una espressione che ti voleva dire: "Io ti ho già detto tutto sai".

Eppure Batman è proprio così. Cade, si rialza e continua la sua lotta.

L'anno in cui fu operato - era gennaio o febbraio del 1991 - riuscì anche a tornare a giocare le ultime partite di campionato. Da lì in poi fu solo una cavalcata trionfale. 

"Non capivo perché non potevo mai giocare con quelli della mia età. Giocavo sempre con gente di due o tre anni più vecchia. Non ho mai chiesto al mister perché".

Primo allenatore a Cittadella, Bruno. "Era una persona di 60 anni, di quelli di una volta". Che vuol dire tutto e niente, ma nella testa di mio fratello era sempre stato chiaro. "Lui ci voleva bene. Non facevamo mai tattica. Tanta tecnica, tanta ripetizione e si giocava sempre". 

"Lui ci voleva bene". Sta frase l'avevo già sentita di recente. Torri di Arcugnano, 2021. Il secondo portiere mi fermò una sera poco prima di allenamento: "Ale ci vuole bene, si vede che ci vuole bene. Peccato solo che non resterà qui, perché lui merita categorie più alte".

Faccio saltare la linea temporale, questa non è una pagina Wikipedia, quindi la gestisco in base a quello che salta fuori. "Ale, mi hai appena detto che non facevate tattica, ma solo tecnica e si giocava sempre, cosa intendi?"

"Passavamo ore a portare in giro il pallone per il campo con la suola, poi con l'interno, poi con l'esterno. La tattica era al massimo individuale, come marcare d'anticipo e cose del genere. Però sai, finito allenamento poi andavamo giù in strada. Noi giocavamo 5-6 ore al giorno".

Che è la stessa cosa che facevo io, solo con una palla a spicchi in mano. Gli chiesi: "Pensi che aver giocato così tanto da ragazzo ti abbia dato dei vantaggi?"

"Ovvio, ovvio!! Ti ricordi quando giocavano in strada, col cancelletto, il marciapiede, la rampa, il cassonetto dei rifiuti in mezzo? Dovevi calcolare tutto prima, dovevi reagire prima ad un rimbalzo strano, dovevi capire dove sarebbe andata la palla".

Nemmeno il tempo di provare ad obiettare a questa sua certezza che Ale riattacca: "Partita contro il Monza, a Monza. Vinciamo 1-0. Mister Bresolin a fine partita entra in spogliatoio e davanti a tutti mi guarda e mi fa "Tu non puoi giocare a calcio....". "Eh ma mister, come....". "No, voglio dirti che sei troppo intelligente, oggi li hai marcati tutti solo con lo sguardo".

In sostanza, Alessandro mi stava dicendo che la strada aveva creato un filo diretto con quella partita. Ma certo, noi eravamo Boyz in da hood

Capii in quel momento una cosa. Mio fratello era nato per giocare a calcio, e non gli importava il livello, lui doveva giocare a calcio. E lo farà lungo tutta la sua carriera come un professionista, anche se professionista (ovvero pagato con un regolare contratto di lavoro) non lo è mai stato. Era uno stato mentale, una abitudine.

"Ma scusa, non ti è mai mancata la vita da adolescente, fare festa, andare in giro con gli amici?" Risposta secca: "Ma no, no! Alla fine il sabato lo usavo per riposarmi se non dovevo giocare, ma molte volte giocavo con la Primavera o la Beretti e poi la domenica andavo in panchina con la prima squadra". 

Come Batman, che sacrifica tutto per un ideale, mio fratello ha "sacrificato" la sua adolescenza per inseguire un sogno, fatto a forma di pallone. Alessandro si alzò per andare a vedere dove fosse finito il cane. Si fermò in mezzo alla cucina, si girò indietro verso di me: "E comunque, la parte più difficile è fare i sacrifici, non avere qualità".

La scena nel primo Batman, quando il commissario Gordon, alla stazione di polizia, mette la giacca attorno alle spalle del piccolo Bruce ve la ricordate tutti, giusto? Ecco, nelle prossime righe capirete una cosa che ho imparato anch'io ascoltandolo e di cui non avevo nessuna idea. 

Bruce Wayne non si dimenticherà mai di quel gesto. Mio fratello non si dimenticherà mai chi lo ha allenato, e come è stato allenato

Gli chiedo con quali allenatori si fosse trovato meglio. "Io avevo bisogno di gente che mi stimolasse, che mi facesse delle proposte". E mi fece un esempio. "Fabio Nicolè è stato un maestro del calcio. A fine partita quando andavamo a mangiare tutti assieme, disegnavamo gli schemi con i bicchieri sulla tavola. Io volevo conoscere". E' facile innamorarsi di Kobe, di MJ, di Messi o di qualsiasi campione di qualsiasi sport perché le loro vite sono sotto i riflettori, raccontate nei podcast e nei social. Sappiamo tutto, o quasi, di tutti. Ma imparare a fare il tuo compito ogni singolo giorno, nell'oscurità, nel calcio di provincia è se possibile, ancora più difficile. Non ci sono i milioni, i tifosi, le interviste, le donne. C'è che il giorno dopo devi alzarti alle 6 per andare a lavorare.

C'è sempre la classica frase che gira, "non importa quello che diventerai, l'importante è che tu sia il migliore in quello che farai". Che è una frase che lascia sempre il tempo che trova. Invece davanti a me avevo veramente una persona che ha interpretato quella frase nel migliore dei modi. Non gli interessava la categoria, C1, C2, Serie D, Eccellenza o altro. Alessandro era pronto a dare il meglio che aveva, era sempre pronto ad essere la miglior versione di se stesso. Ad un certo punto, mentre con mezzo occhio prendevo appunti e con l'altro mezzo lo guardavo, era evidente che in lui coabitassero due anime. Quella orgogliosa, di aver giocato a certi livelli, di aver visto e fatto cose che non tutti possono aspirare ad ottenere. E poi l'anima umile, quasi timida di chi non comprende l'idea del non allenarsi, l'idea del "sì ma tanto...."

Mi fece un esempio: "Quando giocavo al Leodari, ci allenavamo in un campo da calcetto, con due luci. Giocavamo e basta, niente schemi o tattica. L'allenamento era giocare. Però a fine anno abbiamo vinto il campionato".

Non erano solo frasi fatte le sue, non era il classico "io amo il calcio, io lavoro duro". No, erano i fatti a parlare per lui. Che fosse in garage quando eravamo piccoli, che fosse l'esordio in C2 a Cittadella o un anonimo allenamento in un campo da calcetto, era totalmente indifferente. I love this game - come direbbe una famosa pubblicità della NBA degli anni '90.

Il commissario Gordon in Batman userà queste parole alla fine del film "Perché Batman è l'eroe che Gotham merita, ma non quello di cui ha bisogno adesso. E quindi gli daremo la caccia. Perché lui può sopportarlo. Perché lui non è un eroe. È un guardiano silenzioso che vigila su Gotham. Un cavaliere oscuro."


Ok, look moralmente dubbio. Ma se mio fratello era Batman, io chi mai sarei potuto essere?
Poi vabbè, la 40 dei Sonics è roba da culto assoluto

Ho scritto questa "trilogia" su mio fratello impostando prima il copione e poi facendomi raccontare la sua storia. Ero sicuro fosse Batman ancora prima di chiederglielo. E man mano che la storia si snocciolava, le conferme arrivavano da più parti.

Tezze sul Brenta, allenatore Fabio Fasolo, campionato di Eccellenza. Alessandro: "Fabio quando magari c'era qualcuno che si incazzava, o qualche parola di troppo che volava in spogliatoio diceva sempre a me di smetterla e di abbassare i toni. Poi, però veniva da me finito l'allenamento e mi diceva sempre che con me poteva farlo perché ero in grado di accettare le critiche e non mi spaventavo". E aggiunse: "Fabio era il migliore a gestire il gruppo, anche se giocavi 5 minuti in tutta la stagione, ti faceva sentire come se quei 5 minuti fossero stati quelli più importanti della tua carriera"

Alessandro era come Batman. Quello a cui dare la colpa sapendo che poi sarebbe sceso in campo a dare il massimo. "Non è tanto chi sei quanto quello che fai che ti qualifica". E mio fratello non aveva troppo tempo da spendere in chiacchiere. Lui andava in campo e dimostrava agli altri il suo valore. 

Sono le 10 di sera passate ormai, stiamo parlando da un'ora e sento che è venuto il momento di fargli la domanda giusta: "Ma cos'è il calcio per te?"

Non saranno le sue parole a colpirmi, ma la sua reazione fisica. Mi guardò, sgranò gli occhi, si dimenò sulla sedia e mi resi conto che non aveva le parole giuste per esprimere quello che aveva dentro. Stavo quasi per suggerirgli una parola - passione - ma mi anticipò di pochissimo: "è amore. Sì amore. Io no ho mai avuto un peso a giocare, per me era puro divertimento. Per me il calcio deve essere romantico, perché io l'ho sempre vissuto con leggerezza"

Mi resi conto che la mia domanda non era sbagliata, ai suoi occhi semplicemente era inutile. 

Quella sera davanti al dolce e alla Pepsi realizzai una cosa. Probabilmente il più grande amico di mio fratello, quello più onesto e quello che non lo ha mai tradito è stato il calcio. Ecco perché Alessandro è stato un cavaliere oscuro. Perché è sempre rimasto fedele al gioco e a se stesso. Non ha mai cercato di essere diverso da quello che realmente era. 




 


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