Questa qui sotto è la lettera che ho chiesto di pubblicare sul Giornale di Vicenza dopo la morte di Beppino Beato. E' stato il mio allenatore e la prima persona che mi ha veramente mostrato chi potevo essere. |
| Beppino Beato al nostro matrimonio. Camicia sbottonata d'ordinanza. e - da buon sindacalista- nel mezzo nella discussione |
Ci sono persone che attraversano la nostra vita anche solo per poco tempo, per pochi istanti, ma che lasciano un segno profondo nelle nostre esistenze. Beppino Beato è stato per quattro anni il “mio” coach quando ero un ragazzino che si affacciava alla pallacanestro in terza media.
Quattro anni sono tanti o sono pochi per lasciare una traccia? Dipende da come li usi, da che esempio dai, dai valori che hai e da cosa vuoi trasmettere. Al primo allenamento, dopo averci lasciati liberi di correre su e giù per il campo per scaldarci, ci fermò tutti e ci disse: “Ho capito un paio di cose. In questa squadra c’è chi viene qui per allenarsi e migliorare e chi viene per passare del tempo”.
Erano passati cinque minuti, non ci conosceva nemmeno per nome, eppure era già arrivato a comprendere alla perfezione chi fossimo. Da quel momento, ogniqualvolta scendevo in un campo da basket, ripensavo a quelle parole.
È stato il primo allenatore a dirmi cosa sarei potuto diventare, anziché dirmi che non ce l’avrei fatta e che non ero abbastanza bravo a fare certe cose. È stato Beppino a mettermi a diciassette anni in una squadra di serie D fatta di gente adulta, esperta, con anni di campionati di alto livello alle spalle. Lo ha fatto senza tante spiegazioni o valutazioni. Lo ha fatto. È stato il primo a farmi piangere quando un giorno dopo allenamento mi disse: “Non ti stai impegnando abbastanza”. Diretto, senza mezze parole, senza indorare la pillola. A modo suo, come sempre. Ma è stato il primo, quando giocai una grande partita a Solesino, a chiamarmi il giorno dopo, e per prendermi in giro mi disse: “Ciao atleta”. Era più emozionato lui di me.
È stato il primo a insegnarmi per davvero i fondamentali, il gancio, il semi gancio, il passo a incrocio, a farmi fare sessioni infinite di tiro, a spronarmi a giocare in più ruoli.
Ci siamo mai veramente fermati a pensare cosa significa dare fiducia ad un ragazzino, fargli sentire una vicinanza emotiva, fargli capire che serve impegno, costanza e pazienza?
Era duro, impegnativo, ma sempre onesto, sempre attento a fare il meglio, a non venire meno ai suoi impegni.
Ricordo, come se fosse ieri, una partita under 17 a Piove di Sacco, dove vincemmo in rimonta grazie ad una intuizione di Beppino: uno schema mai provato prima. In macchina, al ritorno, per quarantacinque minuti era come un bambino in un negozio di caramelle. Euforico, esaltato da quella sua intuizione, e io di fianco guardavo questo uomo agitarsi in un'anonima serata di metà settimana per una partita di ragazzini di sedici anni.
Come si trasmette la passione? Così, immagino.
Quel ragazzino di sedici anni con le gambe secche, senza un filo di muscoli, scoordinato e con una scarsa conoscenza del basket, oggi è diventato un uomo adulto, che può guardarsi indietro ed essere completamente soddisfatto del suo percorso sportivo, perché sa di aver fatto il possibile. Quel ragazzino ha avuto la fortuna di incrociare un altro essere umano che non solo gli ha spiegato cos'è la pallacanestro, ma anche come si sta al mondo e cosa serve per non avere rimorsi una volta che si arriva alla fine della corsa.
Oggi, per chi è nel mondo della pallacanestro da qualche anno, perdiamo una mente brillante, un uomo duro ma giusto, comprensivo e mai giudicante. Oggi, per chi come me è cresciuto guardando tanta NBA, perdiamo il nostro Gregg Popovich.
Volevo dire tutto questo in chiesa, oggi, ma le emozioni, le lacrime, i ricordi hanno preso il sopravvento e le parole si sono bloccate in gola.
Oggi ho perso il “mio” allenatore. Oggi ho perso un allenatore che tanti anni fa mi disse: “Ricordati che il basket è come il tennis, è uno sport di 1 contro 1”. Ho capito tardi che questa frase nascondeva un insegnamento gigantesco. Se vuoi giocare a basket devi avere fiducia in te, devi lavorare e continuare a cercare di migliorarti. Il basket è una sfida in primis contro te stesso, solo dopo arriva l’avversario.
Oggi la pallacanestro perde un insegnante, un mentore, una persona che, a modo suo, desiderava farti arrivare alla versione migliore di te stesso.
Oggi perdiamo un gigante, che se ne è andato in silenzio.
Grande Mit
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