Riccardo Marolla: la nostra NBA
Può una singola frase cambiare tutto quello che hai sempre fatto in un campo da basket? Non dovrebbe essere possibile smontare tutto quello che hai fatto per anni e instillare dubbi profondi usando poche parole.
Eppure è successo. E quella frase ha seriamente compromesso il mio rapporto con lo sport. Quel mucchio di parole, in una normale serata dopo una partita persa, cambiarono l'angolazione con cui guardavo allo sport.
L'aspetto più sorprendente, direi ridicolo, della questione, è che quelle parole furono pronunciate da un ragazzo di 21 anni circa. Ridicolo perché nonostante la giovanissima età e una esperienza assolutamente normale nei campionati minors vicentini, la lucidità e la profondità di quelle parole mi colpiscono ancora oggi.
Partita, dicevo. Persa. Non mi ricordo contro chi e di quanto ma non è questa la parte importante. Doccia, post partita al Drunken Duck di Quinto Vicentino, a 500 metri dal palazzetto. Era tardi, era venerdì sera e arrivavamo quasi tutti da una settimana di lavoro o di studio. L'obiettivo primario era mangiare qualcosa in compagnia, magari sfogarsi per la partita e poi andare a letto.
Quella sera doveva esserci stato qualche fischio arbitrale non proprio condivisibile, anche se non era in discussione il fatto che la sconfitta fosse colpa nostra. Semplicemente si analizzavano alcuni episodi. Ad un certo punto intervenni dicendo al ragazzo che leggete nel titolo di questo articolo: "Sì ok Riky, ma tanto siamo in prima divisione, non puoi pretendere arbitri NBA". "Sì ok, Mit! Ma questa è la mia NBA"
Riccardo quasi senza lasciarmi finire la frase, piantò in mezzo alla discussione questa gemma. Non andò molto oltre nella sua spiegazione, mi pare si fermò a dire: "Cioè, questo è il mio livello massimo e pretendo che anche chi ci arbitra lo faccia al suo meglio"
Lo guardai mentre lui continuava a parlare della partita come per dirgli: "Ripeti un attimo quello che hai detto". Perché lì per lì, da "veterano" della squadra mi pareva avesse detto la cazzata del secolo. Solo che non trovavo argomenti per rispondergli, per dirgli che il suo punto di vista era, se non sbagliato, perlomeno supponente. Eppure, più pensavo a come rispondergli, meno trovavo parole giuste per farlo.
Mangiai il mio hamburger, ci salutammo e guidai fino a casa con quella frase in testa.
Quindi aveva ragione? No dai, non scherziamo! Io avevo interpretato il basket in una unica maniera, ovvero giocare sempre, in qualsiasi condizione, contro tutto e tutti. Giocavo per pura ed estrema passione, senza ricevere un euro in cambio, senza chiedere nulla, senza pensare che avrei potuto infortunarmi seriamente. L'importante era avere la possibilità di giocare. Non era interessante nemmeno la categoria. Bastava giocare.
E adesso, salta fuori sto qua e con 10 parole contate male, fa saltare per aria 15 anni di basket giocati in quella maniera. Non potevo permettere che le parole di Riccardo fossero vere, altrimenti tutto quello che avevo fatto, o meglio come lo avevo fatto era sbagliato, o almeno insufficiente.
| Sì, siamo finiti a Los Angeles in un villaggio di Babbo Natale mettendoci in posa assieme ad un gelato gigante! |
Non ho mai chiesto a Riccardo se dopo quella frase, avesse mai ripensato a quella sera.
Prima di chiederlo a lui, l'ho chiesto a me stesso e la risposta non è stata piacevole.
"Questa è la mia NBA" a voi come suona? Rasheed Wallace ha coniato la frase "Ball don't lie". La palla non mente. E quello che ha detto Riccardo quella sera mi suona tremendamente simile.
"Questa è la mia NBA" può essere interpretata nel modo più semplice. Ovvero, questo è il massimo a cui posso aspirare, ma pretendo rispetto dagli altri.
Facile. Un ragazzo che sa guardare ai suoi limiti ma che non vuole essere trattato come uno "sfigato" solo perché gioca come tanti altri in un campionato provinciale.
Evito però di fermarmi alla spiegazione semplice. Evito di stare sul pelo dell'acqua. "Questa è la mia NBA" è un manifesto. Magari Riccardo non la vede così, ma a me è risuonato come un manifesto politico per lo sport.
Parto come sempre, dalla mia esperienza, che non è la verità assoluta, anzi, ma è quello che ho visto con i miei occhi. Se mettiamo come ipotesi che la NBA sia la miglior organizzazione sportiva al mondo, con i migliori atleti e con le migliori strutture e conoscenze possibili, allora "questa è la mia NBA" è una frase che invita, o forse obbliga a porsi nella strada del miglioramento.
Nella mia vita sportiva, ho giocato un po' a calcio e tanto a basket. A Camisano giocavamo in una palestra che nei primi due anni aveva un pavimento verde talmente ruvido che se cadevi, le tue ginocchia le potevi buttare nelle immondizie. Poi arrivò un nuovo pavimento, sempre verde, talmente scivoloso che era buono per il pattinaggio.
A Vicenza, giocavamo alla palestra delle scuole medie "Bortolan", con i muri esterni che si scrostavano, una rete che doveva contenere il soffitto altrimenti alcune lastre potevano cadere in campo. il pavimento aveva le infiltrazioni d'acqua e l'illuminazione era, per usare un eufemismo, deficitaria. Le panchine erano le travi della ginnastica artistica. Insomma, le infrastrutture erano vecchie, inadatte e a volte pure pericolose. Ricordo ancora la finale per la promozione in serie C2 contro Montecchio giocava sempre nella mitica palestra "Bortolan". Entro in palestra e sento l'arbitro che fa al nostro presidente: "Sta palestra per quanti spettatori è omologata?". Risposta: "Se non sbaglio, 99". L'arbitro: "Eh, perché ne ho contati circa 300 già sugli spalti e manca ancora un'ora alla partita".
All'epoca pensai fosse figo avere così tanta gente a vedere la finale. Insomma, non capita sempre di avere un pubblico numeroso e chiassoso. Mi sentivo importante, sentivo che il momento era importante. Con gli occhi di adesso e soprattutto dopo quella frase di Riccardo, quei 300 dentro alla "Bortolan" hanno un sapore diverso. Lasciamo stare la classica frase "e se fosse successo qualcosa?" Magari qualcuno negli spalti che si sentiva male, o magari un parapiglia con 300 persone dentro una palestra omologata per meno di 100?
Perché questo sarebbe finito sui giornali. Qualche giorno di "scandalo", qualche giorno di scarica barile, qualche giorno di scuse e poi si andava avanti.
Non è questo il punto. Il punto vero è: "Perché una finale di campionato deve essere giocata in una palestra non a norma per contenere 300 persone, col soffitto che rischia di cadere e il pavimento rovinato?"
L'NBA è il sogno di tutti quelli che hanno giocato, giocano e giocheranno a basket. Perché è un campionato entusiasmante, perché il livello di competizione è altissimo e perché ha le migliori strutture (intese come palazzetti, campi di allenamenti, staff ecc. ecc.). Magari Riccardo con quella sua uscita non intendeva tutto questo. Ma quella sera, davanti ad un hamburger, con l'unico pensiero di mangiare e andare a letto, quella frase ebbe un potenza dirompente incredibile.
"Questa è la mia NBA" risuonò in lungo e in largo. Palestre moderne, spazi attrezzati e a norma. Insomma, investimenti nello sport, perché a qualsiasi livello, che sia l'NBA o la Prima Divisione a Vicenza, ogni atleta dovrebbe avere il diritto di giocare e allenarsi nella miglior struttura possibile. Non è solo sport, non è solo benessere, non è solo competizione. E' la base della democrazia e di quello che c'è scritto nella nostra carta costituzionale.
Serve un esempio concreto? Semplice. A Camisano Vicentino, dove sono nato e cresciuto e tutt'ora vivo, la piattaforma delle scuole medie, negli anni '90 quando eravamo adolescenti, vedeva decine di ragazzi giocare a qualsiasi ora del mattino e del pomeriggio e a volte, anche la sera. Il campo era tenuto bene, l'erba tagliata, i canestri con le retine. E gli alberi per farci ombra erano sempre ben tenuti. In breve, uno spazio normale dove giocare e stare assieme.
Negli anno successivi, il campo si rovinò, non fu più fatta la manutenzione adeguata, i canestri furono spostati, nessuno spazzava più il campo dagli aghi dei pini e molto spesso si trovavano vetri di bottiglia. Risultato? Un luogo abbandonato e degradato. E dal campetto sparirono tutti.
Poi, piano piano, il comune sistemò la piattaforma, fece la recinzione, mise a posto i canestri, venne rifatte le linee del campo. Risultato? Si è tornati a giocare, a stare al campetto, a stare assieme.
Investimenti, cura, manutenzione. Fatti in maniera costante, precisa. Non serve avere uno spogliatoio come quello dei Miami Heat da 900 metri quadri. Servono ambienti puliti, moderni. Perché in primis lo sport ha bisogno di bellezza. Nessun andrebbe a giocare in un campetto dove il pavimento è rotto, senza linee e con i canestri sbilenchi. Ma tutti andrebbero a giocare in un campetto con le linee fatte, i canestri con le retine e magari qualche albero per avere ombra e una fontanella d'acqua dove bere.
E poi, servono preparatori atletici, fisioterapisti, massaggiatori, medici. Quanti ragazzini vediamo correre male? Con la schiena storta? O che fanno esercizi sbagliati per la loro età o perchè usano carichi eccessivi o troppo blandi? E quanti di questi ragazzini seguono una dieta mirata al loro metabolismo e al tipo di sport che fanno?
L'NBA non è solo un sogno lontanissimo, l'NBA dovrebbe essere uno stato mentale. Per ogni atleta, richiedere il meglio a se stessi e pretendere il meglio dagli altri, dal "sistema".
Si sente sempre in giro che bisogna "allargare la base" di atleti, che bisogna avvicinare i giovani allo sport. E non lo fai con la magia, con le serate a tema, con l'incontro con il campione. Servono investimenti, pianificazione, continuità, lungimiranza.
"Eh ma non ghe zè schei", è una delle favole moderne che ci raccontiamo, perché come spiegato qua i soldi sono, di fatto, infiniti. Dobbiamo decidere cosa fare da grandi. Nella nostra splendida costituzione italiana, la parola sport è stata introdotta di recente, ma fino a pochi mesi fa lo sport non era una questione sociale. E invece è una parte importante della crescita di una persona e di una comunità. Bisogna decidere cosa è sport di base, ovvero pagato con i soldi pubblici, e cosa è invece sport professionistico, ovvero pagato con soldi privati. Fabio Caressa in una sua recente diretta su Youtube poneva una domanda seria. Siamo sicuri che tutti i ragazzi possano giocare a calcio a prescindere dallo stipendio dei loro genitori? Ovvero, siamo sicuri che lo sport non sia classista?
Ecco, come sistema, come nazione, dovremmo decidere cosa fare. Sport di base gratuito o molto agevolato per tutti fino ai 16 anni? Niente quote, niente costi eccessivi ma sport fruibile da tutti. In Canada lo hanno fatto con risultati eccellenti. E no, non basta copiare, dobbiamo osservare quello che succede in giro, prendere spunto, studiare e poi applicarlo al nostro modello. La scuola pubblica è sotto finanziata, lo sport giovanile è sotto finanziato. Magari mettere assieme questi due mondi per avere meno dispersione e più soldi da spendere?
No, non ho la ricetta, non sono così presuntuoso da pensare di avere la soluzione a portata di mano. Però osservo e la base comune di tutto quello che vedo è quella dannata frase di Riccardo che racchiude una quantità sterminata di ragionamenti. Sullo sport, sull'economia, sulla bellezza, sul senso di "impegno", sul senso di far politica.
"Questa è la mia NBA" è un manifesto politico rinchiuso in un pugno di parole.
Riccardo ha cambiato quello che credevo fosse giusto, quello che credevo fosse immutabile. Con 5 parole. 5 maledette parole.
Che maschio questo Riccardo
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