W.A.Y. - Parte I
Questo è il primo di 4 appuntamenti alla scoperta degli altri componenti della famiglia Cogno. Mia mamma e mio papà.
Fine Gennaio, anno 2008. Rientro a casa dopo la partita e dopo la cena a base di pasta col ragù nella sede storica della Polisportiva Aurora '76. Sono circa le 3 del mattino, perché nessun quella sera vuole tornare a casa. Apro la porta di casa, cercando di fare meno rumore possibile per evitare di svegliare i miei. E' vero che ho 24 anni, ma se abiti con i tuoi, le regole le fanno i tuoi, e fare le 3 del mattino fa agitare la mamma.
Apro la porta, appoggio il borsone in salotto, tolgo le scarpe. Porca puttana. La luce del corridoio è accesa. C'è mio papà che va su e giù, mi pare nervoso, forse agitato. Non mi ha ancora visto, aspetto un attimo, magari torna a letto. Ma niente, fa sempre su e giù dal corridoio. Sono le 3 del mattino, sono stanco e ho sonno. Decido che lo vado ad affrontare, qualsiasi cosa succeda.
Entro in corridoio, mio papà è di spalle. Mi sente, si gira, mi guarda con due occhi spiritati, viene veloce verso di me, mi afferra per le spalle. Sono pronto a tutto, a prendere parole, a sentirmi dire che non si torna a ste ore che poi la mamma si preoccupa, che qua ci sono delle regole.
"MICHELE". Quasi urlando. Ecco, mi faccio piccolo, abbasso la testa come in segno di colpa evidente. "Michele, ma che partia gavio fatto? Non so pì bon dormire? Sò massa agità"
In piena notte, fisso questo uomo, che raramente ha mostrato le sue emozioni in maniera così impetuosa, venire sopraffatto da quello che ha dentro in quel momento e che non gli permette di dormire. "Romeo, xè stà na bea partia, na rimonta incredibile, però desso zè tardi. Mi vao in leto. Và in leto anca ti và."
Dall'agitazione che mio papà ha addosso, temo seriamente possa fare un infarto lì in corridoio. Ma non riesco a trattenere le risate nel vederlo in quello stato.
La partita è stata molto strana. Ero appena passato dal "giocare" in C2 in Trasteverina, a giocare in Promozione a Camisano. Prima partita dopo un mese di soli allenamenti, compagni nuovi e contro la prima in classifica. Finiamo sotto di 15 all'intervallo, sul 55-40. Ma lì la partita cambia completamente volto. Parziale di 31-4 nel terzo quarto e vittoria 89-75. Per la cronaca - mi serve per spiegare l'agitazione di Romeo alle 3 del mattino - ne metto 42, segnando qualsiasi cosa mi passi per le mani. Mio papà una roba del genere non l'aveva veramente mai vista prima.
Questo blog è nato questa estate - 2024 - mentre ripensavo all'episodio che ho appena descritto. Ripensavo a questo episodio mentre guardavo la serie tv su Roberto Baggio - calma, ci arriviamo più avanti - che mi ha fatto riflettere.
Questo episodio - di mio papà sveglio alle 3 del mattino - è uno spartiacque nella mia vita, non solo sportiva. E' un passaggio cruciale tra il non sapere chi sei e avere gli strumenti per scoprirlo. E' il passaggio dalla paura alla speranza. L'acronimo W.A.Y. - titolo di questo post - non è nient'altro che Who Are You?. Chi sei?
Questa è la storia di mio papà - Romeo - che mi ha permesso di essere una persona diversa. Di conoscermi, di capire chi sono.

Good old memories. Anno 1983, un giovane papà Romeo.
Ora vi spiego come siamo arrivati a quella notte insonne.
E' più importante il viaggio o la meta? Per me è 50 e 50. Sono entrambi importanti. Perché il viaggio significa ignoto, novità, ma anche pianificazione, volontà, motivazione. La meta è godimento, è celebrazione del viaggio. E' piacere. Servono entrambi, altrimenti siamo persone a metà.
Vale nella vita come vale nello sport. Avete mai vinto un campionato? Un secondo dopo il fischio finale dell'ultima partita, è puro godimento, è gioia. E dopo arrivano i pensieri, tutto il lavoro fatto, le difficoltà incontrate e superate. Ecco, non c'è meta senza viaggio e non c'è viaggio senza meta.
Il viaggio che ha portato a quella notte folle in casa Cogno con mio papà al limite dell'infarto, è un viaggio lungo, fatto di alti e bassi, di scoperte. Il viaggio si chiama depressione, la meta si chiama gioia. O voglia di vivere. O emozioni. Fate voi.
Sarà un racconto non lineare, andrò avanti e indietro nel tempo come ora va di moda fare nelle serie Netflix. C'è un momento preciso in cui ho smesso di chiamarlo papà, per iniziare a chiamarlo Romeo. E quel momento coincide con una richiesta semplice, ma dalle implicazioni non banali. "Romeo, io voglio sapere chi eri prima che io nascessi?" Non ha fatto una piega, non ha opposto resistenza. 4 sabati mattina, uno dietro l'altro, seduti in tavola. Registratore acceso. Domande su domande, sulla sua infanzia, sulla scuola, gli amici, il lavoro, la mamma, l'amore, il sindacato, i figli. Tutto, veramente tutto. Non ricordo gli anni esatti ma diciamo tra il 2006 e il 2008. Quelle registrazioni sono state perse da qualche parte, ma non è quella la cosa importante. Dopo quei sabati passati a chiacchierare, papà diventò esclusivamente Romeo. Perché Romeo è molto più che un ruolo da genitore, è un uomo, una persona, un essere umano con radici, una storia, pensieri e obiettivi.
Metalmeccanico a cavallo tra gli anni '70 e '80. Gli scioperi duri dove non si mollava un millimetro. La defunta lotta di classe. Poi il passaggio nel sindacato fino a diventare segretario provinciale di categoria. La famiglia, i figli da crescere, da portare al calcio o a basket e tante altre cose.
Vi tralascio i dettagli, e arrivo al punto. Tanti di noi hanno visto il film "Coach Carter" giusto. E chi non l'ha fatto, vada subito a vederlo. La scelta finale con la frase
La nostra più grande paura non è quella di essere inadeguati.
La nostra più grande paura è quella di essere potenti al di là di ogni misura.È la nostra luce, non la nostra oscurità che più ci spaventa.Agire da piccolo uomo non aiuta il mondo, non c'è nulla di illuminante nel rinchiudersi in sé stessi così che le persone intorno a noi non si sentiranno insicure.Noi siamo nati per rendere manifesta la gloria che c'è dentro di noi, non è solo in alcuni di noi è in tutti noi.Se noi lasciamo la nostra luce splendere, inconsciamente diamo alle altre persone il permesso di fare lo stesso.Appena ci liberiamo dalla nostra paura, la nostra presenza automaticamente libera gli altri.
Ci sono tantissime persone, che per i più disparati motivi - non è un giudizio, solo una presa d'atto- sentono che nella loro vita c'è qualcosa che non va, che non riescono a venire a capo di certe questioni personali e che passano una vita intera a zittire quella voce interna o a far finta di nulla.
Romeo, a ridosso dei 50 anni ha capito che c'era qualcosa che non andava, che mancavano dei pezzi, che probabilmente si sentiva incompleto. Diamo il nome di "depressione" a questa cosa, forse a volte generalizzando o semplificando. Io vi direi che era difficoltà ad esprimere se stesso, o incapacità. Nel senso di mancanza di mezzi per sapere che ruolo avere in questa vita e cosa è meglio per noi stessi. W.A.Y. Chi sei? Si torna sempre lì.
Tralascio sempre i dettagli. Mi interessa più la visione di insieme. A Romeo ho fatto una domanda precisa: "Come hai capito che c'era qualcosa che non andava?" Risposta secca: "Mi ero reso conto che non riuscivo a provare affetto per voi e la mamma, che non riuscivo ad abbracciarvi e a gioire dei vostri risultati o starvi vicino quando ne avevate bisogno".
A ridosso dei 50 anni, con due figli grandi ma non del tutto autonomi, con la casa nuova appena comprata, un mutuo da pagare e un lavoro che ti impegna ogni santo giorno fino a tardi e che comporta una pressione a volte non sopportabile, Romeo ha deciso che andava cambiata la traiettoria, che il destino non è scritto.
Il primo tentativo è provare a soffocare tutto, a tirare dritto. Ma quella forza interna continua a scavare giorno dopo giorno. E ha bisogno di risposte.
Sarà un percorso lungo, inizialmente solitario, fatto di giorni buoni e giorni meno buoni. Ma avete presente veder crescere un albero che pianti, ancora piccolo in giardino e col passare degli anni diventa sempre più forte e dà un sacco di frutti? Quando Romeo iniziò il suo percorso avevo circa 15 anni. In 10 anni ho visto nascere una persona nuova, con una nuova linfa e una nuova predisposizione alla vita.
Chi c'era attorno a Romeo, chi gli ha dato una mano, lo sa lui e resterà sempre una cosa sua. Quello che io ho visto è stato l'avversarsi della citazione di prima. "Appena ci liberiamo dalla nostra paura, la nostra presenza automaticamente libera gli altri". Romeo ha cambiato con le sue mani la traiettoria della sua vita e automaticamente l'ha cambiata a mia mamma, a mio fratello e a me.
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| Le biciclettate organizzate da Romeo, col megafono e la 127 bianca. E si organizzava tutto senza social network |
Qualche anno prima di quelle chiacchierate, un giorno siamo a casa e stavamo discutendo del suo percorso, di cosa imparava. Ad un certo punto vedendomi scettico - Romeo porta pazienza, ero giovane - mi guarda e mi fa: "Ricordati che tu sei il risultato di quello che io e tua mamma ti abbiamo trasmesso". Questa frase ha circa 20 anni, eppure la sento dentro la mia testa come se me la avesse appena detta. Mi colpì talmente tanto che non replicai nemmeno e mi servirono anni per focalizzare la portata di quella frase.
Che ovviamente ha tanti livelli di lettura. Ti conosci veramente? Hai gli strumenti per conoscerti? Quando fai una scelta, sei te che la fai o sono idee e abitudini che ti abbiamo trasmesso noi come genitori? Hai il coraggio per rispondere a queste domande? Sei capace di provare emozioni? Sai dire a qualcuno che gli vuoi bene? Sai piangere? Sai ridere a crepa pelle? W.A.Y.
Lì ho capito due cose. La prima - più immediata - è che Romeo era cambiato, aveva idee nuove, strumenti nuovi e nuove stimoli. La seconda -meno immediata - è che quella frase nascondeva un concetto più profondo. Tu sai veramente chi sei? Romeo aveva ragione in quel momento. Io non sapevo chi ero. In quel momento ero solo un ammasso di cose, tenute assieme da pregiudizi, idee preconfezionate, abitudini ricevute. Ma veramente, io chi ero?
State qui, per gara 2.

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