Le storie non sempre hanno un lieto fine
Mi dicono che sono un bravo ragazzo. Che sono onesto. Ma soprattutto che sono buono. Me lo sento dire da quanto ho capito il significato di queste parole. Me lo dicevano gli amici dei miei genitori. Me lo dicevano le maestre, gli allenatori, i parenti. Insomma, ero bravo e buono.
Se te lo dicono tutti significa che deve essere vero. E se sei bravo e buono significa per qualche scorciatoia mentale che non puoi sbagliare. I buoni non sbagliano, giusto? I bravi sono bravi perché non sbagliano, giusto?
Quindi uno bravo e buono non può essere stronzo, giusto? E se anche lo fosse, non è colpa sua giusto? E' colpa degli altri che sbagliano, giusto?
No. Non è giusto. Anzi è tremendamente sbagliato. I buoni possono essere stronzi. I bravi possono essere stronzi. Io posso essere stronzo. Anzi, lo sono stato. E ho creato un danno, al quale oggi non posso più rimediare.
Maggio 2010. Gara2 della finale Promozione. Vittoria contro Povolaro e quindi vittoria del campionato. Festa. Alzai la coppa da capitano. I tifosi che ci volevano abbracciare. Le foto. I sorrisi. Era tutto perfetto. Poi dagli spalti scese Giancarlo - per tutto Gianca - lasciato in tribuna dal coach per la partita finale. Ci abbracciamo ma il suo sguardo aveva un sorriso amaro dipinto in volto. E lo capivo. Perché avevo la stessa espressione nel 2006 quando in gara2 della finale della Serie D ero in tribuna anziché in campo.
Nella mia testa quell'abbraccio doveva essere diverso. Doveva avvenire in circostanze diverse. Magari con Gianca che giocava la sua miglior partita o faceva la giocata decisiva. E alla fine io che lo abbracciavo chiedendogli scusa. Doveva essere la partita che mi avrebbe permesso di riparare ad un danno che avevo volontariamente creato e del quale non mi ero mai scusato.
Invece vederlo scendere dalle tribune con lo sguardo triste di chi avrebbe voluto giocare e dare tutto mi aveva paralizzato. Le parole si bloccarono in gola. Ci demmo il cinque. Lì realizzai che le storie non sono sempre a lieto fine.
Ma cosa dovevo farmi perdonare? Perché alla fine io ero quello bravo e buono. E i buoni vincono sempre. Peccato che questa è una idea che si vede nei film, ma la vita reale a volte succede che i buoni perdono.
Flashback. Estate del 1998. Erano le estati dove passavamo mesi interi sempre e solo al campetto delle scuole medie. A qualsiasi ora. Col caldo, il vento, la pioggia. Non ce ne fregava nulla. Eravamo sempre al campetto e giocare a basket. 2vs2, 3vs3, 4vs4. Gare di tiro, il giro d'Italia attorno all'area dei 3 secondi. Slam, 21. Qualsiasi cosa si potesse fare con un pallone noi lo facevamo.
Era anche l'anno della prima superiore. Gianca ed io eravamo in classe insieme. Al Fusinieri di Vicenza. La scuola era finita, erano i primi giorni di Giugno. Eravamo tutti in attesa di andare a scuola a vedere i risultati appesi sulla vetrata principale. Non avevo problemi di voti, avrei preso sicuramente il "debito" in tedesco ma per il resto ero sicuro di essere stato promosso.
Per Gianca invece quel giorno in cui vennero fuori i risultati non fu esattamente un gran giorno. Venne bocciato.
Altro flashback. Annata sportiva 1996/1997. Era il mio primo anno di basket. Mi ritrovo in squadra con Gianca che non conoscevo fino al primo allenamento. Non ho ricordi precisi di quei primi mesi ma ogni volta che potevo osservarlo in allenamento e durante le partite, anche se di basket non capivo nulla, era evidente che lui avesse qualcosa che agli altri mancava. Tirava da tre con una naturalezza imbarazzante, era già forte fisicamente - al contrario mio che ero un mucchietto di ossa con un po' di carne attaccata attorno - era rapido. Era palesemente il giocatore più forte della squadra e se ci ripenso adesso potrei anche dire il giocatore più forte del campionato.
Una domenica mattina, credo attorno alla fine del carnevale, Jay - ragazzo americano che giocava con noi e molto amico di Gianca all'epoca - a fine partita entrò urlando - letteralmente urlando - in spogliatoio con il referto tenuto in mano come prova assoluta: "Giancaaaaaaaaaaaaaa, ne hai fatti quarantunnnoooooooooooooooooooooooooooooo".
41 punti in una partita di tredicenni.
C'erano domeniche dove se per caso Gianca tardava ad arrivare alla partita io chiedevo a tutti: "Arriva Gianca, giusto?" Con lui in campo avevo la sensazione che avremmo potuto vincere anche contro i Bulls di Jordan. Voglio dire. 41 punti. E chi li avrebbe mai fatti 41 punti? A 13 anni.
Quello stesso anno, la sera del suo compleanno ci aveva invitato vicino a casa sua a mangiare la pizza. E a fine serata mi aveva detto: "Stanotte mica dormo. Sono troppo agitato per la partita di domani". Che era la stessa cosa che sentivo ogni sabato sera quando andavo a dormire. Il cuore che batteva forte, l'idea di giocare la mattina dopo. Quella sera Gianca ed io condividevamo le stesse emozioni, la stessa agitazione.
E lui - all'epoca - era il mio riferimento. Potrei dirvi il mio idolo. I wanna be like Gianca. E non sto scherzando.
![]() |
| Chat di una certa qualità |
Poi, feci lo stronzo. Il giorno in cui uscirono i risultati scolastici, andai al campetto come al solito. E come al solito lì c'erano tutti. Ale, Andre, Janny. Eravamo tutti lì quando Gianca arrivò in bicicletta e si appoggiò alla ringhiera. Ero al massimo a 10 metri da lui, forse anche meno. Giancia si appoggiò alla ringhiera con la testa bassa e non entrò in campo. Era evidente che qualcosa quel giorno era andato storto. Tutti si avvicinarono per chiedergli cosa fosse successo e come Gianca disse che era stato bocciato, tutti cercarono di consolarlo e di fargli forza. Tutti, tranne io.
Rimasi a tirare per tutto il tempo che Gianca rimase fermo appoggiato alla ringhiera. Forse mezz'ora. Non mi avvicinai, non feci nulla, continuai a tirare da solo a canestro. Gianca se ne andò e riprendemmo a giocare. Gli altri parlavano di Gianca. Io pensavo solo a giocare.
Perché? Me lo sono chiesto per anni. Forse perché essendo io quello buono e bravo e quindi promosso, avevo semplicemente pensato che Gianca essendo stato bocciato fosse il cattivo. O forse perché pensavo che in fin dei conti se lo avevano bocciato c'era un motivo e quindi "cazzi suoi". O forse perché i messaggi subliminali avevano già pervaso i miei pensieri. O forse perché semplicemente, decisi di fare lo stronzo.
Voltai le spalle al mio compagno di squadra. A colui che mi aveva accolto in squadra e raccontato le sue emozioni prima delle partite. A colui che vedevo come qualcuno da seguire e da cui imparare.
Nel stagione 2009/2010 Gianca tornò a giocare dopo anni e anni di stop. Al primo allenamento, me lo trovai vicino e mi tornò in mente quel giorno al campetto. Scoprii che Gianca era sempre lo stesso. Sorridente, a volte timido. Scoprii che nonostante il tempo passato ci volevamo bene e che in campo era ancora come me lo ricordavo. Magari un po' arrugginito, ma forte.
Quell'anno c'erano tre squadre che puntavano alla vittoria del campionato. Noi, Povolaro e Sovizzo. Eravamo a Sovizzo per la gara di ritorno. Ci giocavamo il primo posto per la griglia playoff che avrebbe voluto dire aver il vantaggio del fattore campo per tutti i playoff.
A Sovizzo fu battaglia vera. Si arrivò a fine partita con il punteggio sostanzialmente in parità, forse un +2 per noi. Allo scadere di una azione - mancavano circa 2 minuti alla fine della partita - Gianca si trovò con la palla in mano a 7 metri dal canestro. Il cronometro dei 24 secondi stava per scadere. Gianca caricò il tiro - che ogni volta che tirava pareva dovesse segnare. Sfiga, gli si parò davanti Alessandro Tomasi che saltò probabilmente un metro da terra e gli mandò la palla in tribuna. Una delle stoppate più agghiacciati di cui io sia mai stato testimone.
Sembrava fossimo lì lì' per cedere. E invece tenemmo botta conservando quei due punticini di vantaggio. Ma la redenzione era solo questione di tempo. Mancavano - a ricordo - meno di 40 secondi a fine della partita. Palla in mano nostra. Arriva un altro scarico per Gianca che ha in mano la stessa tripla di prima. Sto giro per la vittoria. Dalla stessa mattonella. Ricezione perfetta. Rilascio perfetto. Polso che rimane in aria a seguire la traiettoria del pallone. Parola altina, palla che gira. BBBAAAANNNGGGG - alla Mike Breen - e +5 per noi. Timeout Sovizzo. Gianca girandosi verso la nostra panchina - già tutta in piedi ad esultare - venne sommerso da una valanga di pacche sulle spalle.
Era tutto preparato per un finale di stagione perfetto. Avremmo giocato i playoff assieme, esultando alla fine dell'ultima partita che ci avrebbe dato la vittoria del campionato.
Sognavo di gridare e saltare assieme a lui in campo mentre sugli spalti tutti facevano festa. Sarebbe stata l'occasione perfetta per ricucire quella ferita. Per dire a Gianca che quel giorno di Giugno di tanti anni fa ero stato stronzo e che non me lo perdonavo. Volevo così tanto vivere assieme a quel momento di gioia, che quando realizzai che non avrei potuto farlo, mi sentii svuotato. Gianca era in tribuna a guardare una vittoria che avrebbe meritato di vivere in campo.
Non fu il finale che mi sarei aspettato. Ero contento? Sì. Ero soddisfatto? No.
Le nostre strade dopo la vittoria del campionato, si separarono nuovamente. A Gianca raccontai di quel pomeriggio di Giugno e di come mi sentivo in colpa. Lui non se lo ricordava, forse non ci aveva dato il peso che c'avevo dato io. Gli chiesi scusa - con ritardo imperdonabile - ma non era la stessa cosa. Desideravo che oltre ad un ricordo doloroso, nella nostra amicizia fosse scolpita una serata di gioia, di euforia pura come solo una finale sportiva ti può dare.
Non è successo. La vita è un flusso continuo. Ma ci sono momenti che rimangono per sempre. Quel pomeriggio di Giugno rimarrà per sempre.

Commenti
Posta un commento
Commenti liberi qui sotto