Messaggi subliminali

Perché siamo chi siamo? Perché ci comportiamo in una certa maniera? Perché a certi stimoli, rispondiamo in maniera positiva e ad altri in maniera negativa? Perché certe cose ci riescono facilmente e altre invece sembrano montagne irraggiungibili?

Riassumendo all'osso - ed è una semplificazione - le risposte a queste domande si richiudo in un triangolo. Su un lato la famiglia, su un altro lato la società e nell'ultimo lato la cultura. Queste tre lati ci influenzano, in senso positivo e in senso negativo. 

Vivere nella società italiana è diverso che vivere in una società - lancio a caso - sud americana. La cultura veneta è diversa dalla cultura siciliana. Attenzione. Diversa. Non migliore o peggiore. Non sto buttando giudizi.

Vivere in una famiglia presente e amorevole è diverso che vivere in una famiglia assente e che non stimola la ricerca di se stessi. Poi i risultati non sono scontati e molte volte dalla situazioni peggiori escono dei geni. Sto solo dicendo che è diverso e che questi tre lati del triangolo definiscono chi siamo fin da quando siamo piccolissimi. E questo vale per ogni essere umano in questo ammasso di terre emerse e abissi.

Dentro al quel triangolo ci siamo noi. 

Prima dei social network, dell'intelligenza artificiale, del marketing selvaggio, i messaggi subliminali arrivavano dalle istituzioni. Famiglia, Scuola, Chiesa e Sport. Almeno questo vale per me.

L'Italia degli anni '80 e '90 era culturalmente e strutturalmente molto diversa da quella del 2025. A scuola 4 ore al giorno. Pomeriggio sempre in strada a giocare con gli altri ragazzini. Il catechismo, le tappe fisse della crescita, i weekend dai nonni e a vedere partite di calcio a prescindere dal clima. Una routine forse noiosa, ma sicura, direi quasi granitica come era quella società. Dominata dallo scontro politico e dall'obbedienza alla Chiesa. In casa Cogno - per diversi anni - guai saltare la messa domenicale. 

In quella società più ingessata di quella attuale i messaggi subliminali arrivavano presto. Molto presto. I peccati per esempio. Prima comunione all'età di 9 anni circa. Qualche settimana prima si andava tutti in chiesa a Camisano durante l'ora di catechismo per la prima confessione. Le maestre nelle settimane prima di questo grande evento - che continuavo a non capire - ci spiegarono i peccati, cosa dire al prete e cosa sarebbe successo.

A 9 anni. I peccati. I dieci comandamenti, non rubare, non uccidere, non desiderare, onorare. A me pareva di fare onestamente tutto quello che mi veniva chiesto. Non avevo rubato mai nulla a nessuno. Uccidere? Dai, non scherziamo. A mamma e papà volevo un sacco di bene. Mio fratello era Batman. Di che peccati stiamo parlando?

Ricordo perfettamente quel giorno. Era un lunedì, entrai nel confessionale, mi inginocchiai. Con voce lieve e gli occhi socchiusi, il prete davanti a me senza guardarmi disse: "Figliolo, raccontami pure i tuoi peccati".

Lo guardavo con gli occhi sgranati e l'aria perplessa di chi veramente non sapeva cosa dirgli. Peccati. Ad un certo punto ascoltando il mio silenzio prolungato, il prete aprì gli occhi e con un mezzo sorriso mi disse: "Magari hai rubato la cioccolata dalla cucina? Hai fatto un dispetto a tuo fratello? Non hai aiutato i tuoi genitori a preparare la cena?"

Mamma e papà compravano la cioccolata. Ma doveva bastare per tutti. Quindi un panino alla cioccolata ogni tanto. Senza esagerare. Dispetti a mio fratello? Ok, ci sparavamo con la pistola ad aria compressa da una camera all'altra mettendo davanti alla nostre porte i cuscini per creare una trincea. Però dai, era divertente. Si rideva un sacco. Mio fratello non mi pareva arrabbiato quando giocavamo. Anzi. Preparare la cena? Calma. A me piaceva un sacco. Che poi chi da piccolino non si è sentito dire la classica frase "Dei fa qualcosa. Parecia a tola, gratta el formajo". E a me piaceva un sacco grattugiare il formaggio. Per un semplice motivo. Quando avevo finito, papà mi dava sempre un pezzo di crosta che era buonissimo. 

E poi dai, pulivamo la gabbietta del canarino. Ci prendevamo cura del gatto. Facevamo pure i compiti. Ok, vero. Non sempre rientravamo a casa quando mamma ci diceva che era buio fuori. Però, anche qui, che fai? La lasci a metà la partita di calcio? Torni a casa senza sapere se hai vinto o perso?

E ok, la camera non era sempre in ordine. Però questi sono peccati? O più semplicemente un processo di apprendimento delle più semplici regole di convivenza famigliare?

Vedendo il mio totale immobilismo alle sue sollecitazioni, il prete calò l'asso di Coppe con la domanda terminale: "Non vorrai mica iniziare a bestemmiare?" Che a nove anni manco sapevo cosa significasse. E in quel momento la mia risposta da ragazzino di 9 anni non fu delle migliori: "Può essere". Risultato finale. 10 Padre Nostro. 10 Ave Maria.

Primo messaggio subliminale. Da qualche parte sicuramente ero un peccatore. E c'era una autorità che mi stava dicendo che con un paio di preghiere avrei risolto questo fardello. 

Risultato. Con la Chiesa - intesa come istituzione - la mia esperienza si chiuse lì. Ero molto giovane, ma quelle parole suonarono malissimo. Io un peccatore? A 9 anni? Non scherziamo.

Altro messaggio subliminale. Altro giorno scolpito nella roccia.

Esame orale di terza media. Avevo scritto la tesina sulla pallacanestro. Avevo iniziato a giocare a basket da meno di un anno. Ero in piena sperimentazione e come tutte le sperimentazioni, richiedono un sacco di energia e passione. Ogni volta che prendevo il pallone in mano era una scoperta. Era adrenalina. Era pura gioia.

Dietro di me c'erano i miei amici e mio fratello.

Misi la tesina sul banco con davanti tutti i professori. La appoggiai con cura. La professoressa di italiano dissi agli altri suoi colleghi: "Facciamolo partire dal basket così poi ce lo togliamo di torno". Magari voleva essere una battuta, un modo per rompere il ghiaccio. Ma dentro di me non risuonò esattamente così. La mia passione, il motivo per cui mi svegliavo la mattina contento perché al pomeriggio mi sarei allenato e il motivo per cui al sabato sera non dormivo tanta era l'agitazione per la partita della domenica mattina, ridotti ad una battuta uscita male e qualche risatina mal contenuta da parte degli altri professori. Seriamente? Era tutto qui? 

Messaggio subliminale. Le tue passioni, il motivo che ti spinge e migliorarti e impegnarti per noi non significa nulla. Anzi, è solo un fastidio.

Risultato. Le mie passioni, le mie emozioni me le terrò dentro nascoste talmente in profondità, che serviranno anni e anni per elaborarle, sentirle e usarle per diventare una persona migliore, più completa e in pace con se stessa.

Altro messaggio subliminale? Semplice. Terza media. Si parla con i professori per decidere che scuola andare a fare alle superiori. Il professore di matematica se ne esce con un sereno: "Michele è meglio che vada a lavorare, o che scelga una scuola molto molto facile".

Sapete l'ironia. Quel professore non mi aveva mai parlato, forse nemmeno mai guardato negli occhi. E non dico per parlare dei massimi sistemi o di alta filosofia. Parlo solo delle più banali domande, "come stai?", "cosa ti piacerebbe fare?". Zero. Eppure calò una sentenza.

Messaggio subliminale. Non sei buono abbastanza per aspirare a qualcosa di meglio di un lavoro in fabbrica. 

Quello che Martino Girardi mi disse la sera prima della mia prima partita da titolare in Serie D me lo ricordo altrettanto bene. L'ho già raccontato qui. In sintesi: "Michele, puoi essere uno da 20 punti a partita". 

Messaggio subliminale. Martino mi stava dicendo che avevo valore. Che ero importante per la squadra e soprattutto che lui si fidava di me. 

Suonarono molto strane quelle parole. Non ero abituato a sentirle. Alla fine ero un peccatore buono a nulla, con passioni inutili e scarso a scuola. Questo era stato il riassunto della mia giovinezza in soldoni.

Altro? Sì certo. Stagione 2006/2007. L'anno in cui la Pallacanestro Trasteverina vinse il campionato di Serie D. Ci allenava Roberto Bortoli. Una leggenda vivente del basket vicentino. Aveva giocato a livelli che io manco sapevo immaginare.

Dopo un mese di allenamenti, una sera mi prese da parte. Mi fece sedere sugli spalti, mi mise un braccio attorno alla spalle dicendomi: "Michele, io voglio che quest'anno gioco da guardia. Secondo me hai le qualità per farlo". Se in quel momento, Roberto mi avesse chiesto di andarmi a schiantare contro il muro della palestra perché così avremmo vinto il campionato, lo avrei fatto. Senza nessuna esitazione.

Messaggio subliminale. Michele, puoi diventare un giocatore ancora migliore e più completo

Chi ha la sfortuna di parlare con me di sport - perché di sfortuna si tratta - deve accettare che durante la discussione io mi agito, alzo la voce, parlo di cose non sempre chiarissime. Perché oltre alla tecnica, alla tattica, alla preparazione atletica, chi allena - qualsiasi sport esso sia - ha una responsabilità enorme. Riconoscere chi ha davanti, da dove arriva, da che processo di crescita e quali messaggi subliminali ha assorbito. 

Chiedetelo a qualsiasi persona che ha praticato sport dalla categoria più bassa a quella più alta. Chiedetegli quanto importante è avere un allenatore che "ti vede", che capisce i tuoi punti di forza e i tuoi limiti. Che rispetta chi sei e quello che puoi dare. Quasi sicuramente, vi diranno che i migliori momenti e i migliori risultati sono stati ottenuti quando queste cose erano presenti. E probabilmente erano molto più importante di tutto il resto.

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