Lose yourself
Eminem. Anno 2002. Lose yourself. Colonna sonora del film "8 Mile".
"Look, if you had one shot, one opportunity to seize everything you ever wanted. One moment
Would you capture it or just let it slip?
Would you capture it or just let it slip?
Tradotto alla buona. Se avessi una singola possibilità di cogliere tutto quello che hai sempre voluto - un momento - lo cattureresti o lo lasceresti sfuggire?
La canzone giusta per leggere questo pezzo
Avevo 19 anni all'epoca e vuoi per la gioventù, per la poca storia dietro di me o vuoi perché a quell'età non ci pensi alle occasioni colte o lasciate sfuggire, quel film e quella canzone non mi colpirono. Bello il film, belle le battaglie rap - che poi diventarono un must in giro per l'Italia - e bella la storia raccontata - tra una Detroit devastata dalla crisi dell'automobile e sogni di riscatto. Ma tutto si fermò lì. Un pezzo di cultura pop dei nostri tempi. Nulla di più.
Ma a 42 anni quella canzone assume un significato completamente diverso. Perché quel momento l'ho vissuto. Aspettando più o meno 30 anni. Come un temporale estivo che appare dalle montagne per poi passare nel giro di qualche decina di minuti. Un evento inaspettato, non voluto ma che ha una colonna sonora. Lose yourself.
Per chi avesse la pazienza e la voglia, lo racconto meglio in questa intervista che mi ha fatto Riccardo Magagna che tiene questo ottimo podcast intervistando persone del paese e raccontando parecchie storie interessanti.
La storia ve la racconto a breve. Ho scelto Lose yourself come colonna sonora perché la domanda che si fa Eminem ad inizio canzone è quella che mi sono fatto anche io a 39 anni durante una domenica di inizio Gennaio. La cogli quella opportunità? O la lasci scivolare via?
L'ho colta, contro ogni logica, contro il mio corpo, contro la mia mente, contro il pensiero fisso del: "Ma cosa vai a fare?"
Against all odds tatuato sul mio braccio destro. Contro ogni previsione.
Flashback. 1995. O giù di lì.
Per capirci, l'anno della mia seconda media. Giocavo a calcio. Portiere. Direi pure fieramente portiere. L'idea di essere l'ultimo baluardo a difesa della porta mi è sempre piaciuto. Non ho mai avuto dubbi. Dal primo allenamento quando il nostro allenatore ci chiamò in cerchio per chiederci: "Chi vuole fare il portiere?" Tirai su la mano senza esitazione. Svelto, con gli occhi raggianti. Avevo già i guanti infilati. Non avevo nemmeno bisogno di spiegare il perché. In quinta elementare avevo già deciso quale sarebbe stato il mio destino.
Due anni dopo l'alzata di mano, andai a giocare con le giovanili del Cittadella Calcio. Quella scelta aprì scenari mai pensati. Scenari che richiederanno 30 anni per essere sistemati. Per mettere la parola "fine". Ma fine a cosa?
Dicevo, a 11 anni pensavo che giocare a calcio fosse una cosa semplice. infili le scarpette, i guanti, la divisa e vai in campo. E invece come già ho scritto, fare sport, ha molto più a che fare con chi sei. E a 11 anni non lo sai perché non hai tutti gli strumenti per mettere assieme le scelte, i problemi, le gioie. Semplicemente manca il bagaglio da dove pescare le risposte.
Fu un anno disastroso sotto diversi punti di vista. Piangevo se l'allenatore mi sostituiva, non avevo amici vero attorno con cui parlare. Mi sentivo solo e distante da casa. Non ero probabilmente così bravo come credevo perché le lacune tecniche e fisiche vennero fuori giocando ad un livello più alto di prima. Divenne all'improvviso un mondo - il mio mondo - più difficile, meno spensierato. Iniziai a odiare il calcio, a odiare l'idea stessa di prepararmi la borsa per andarmi ad allenare.
La fine della stagione arrivò letteralmente a salvarmi. Avevo già deciso da un po' di tempo che non sarei più tornato a fare il portiere a Cittadella. O forse in generale a fare il portiere.
Arrivò l'estate e tutti i miei amici si trovavano al campetto a giocare a basket. Divenne naturale passare tutti i pomeriggi a lanciare una palla verso un cesto a prescindere dal caldo afoso della pianura padana o dai temporali improvvisi. Lanciare palla su cesto. Questo diventò l'unico pensiero fisso.
Il calcio sparì velocemente dal mio radar. Perse qualsiasi fascino. Mi tolsi i guanti per indossare una canottiera.
Quella estate un dirigente del Cittadella Calcio chiamò mio papà - io quella telefonata non la sentii e ne venni a conoscenza molti anni dopo - per dirgli che non mi avrebbero confermato. Mio papà al telefono gli confermò che sarebbe stato meglio così visto le difficoltà che avevo avuto.
Fine dell'episodio. Mio papà riagganciò il telefono. Io da lì in poi passai 30 anni su e giù per centinaia di campi da basket con alterne fortune. Ma facendo quello che realmente mi dava gioia e mi riusciva anche bene.
Sarebbe finito tutto così. Se non fosse che un giorno - Romeo - se ne uscì con una frase mentre eravamo a pranzo assieme: "Non avrei mai voluto pronunciare quelle parole quel giorno al telefono". Quali parole? Sempre secondo la versione di Romeo - che ritengo veritiera - al telefono, gli disse che non ero adatto a fare il portiere visto che facevo fatica a tenere la palla tra le mani. Sempre secondo Romeo: "Probabilmente uno degli errori peggiori della mia vita"
Mi arrabbiai con Romeo? Nemmeno per sogno. Non ero presente a quella telefonata. Decisi da solo di andare a giocare a pallacanestro e per 30 anni, i miei genitori mi sono sempre rimasti vicini sia che le cose andassero male sia quando c'era da festeggiare.
Ma quando Romeo mi disse di quella telefonata, nella mia testa si creò un unico pensiero. Una idea fissa. Se avessi l'opportunità di riportare indietro le lancette della storia per dire a mio papà: "Tranquillo, ora assieme sistemiamo tutto"?
Eminem. Anno 2002. Lose yourself.
Ora quella canzone ha un significato. Ora è la colonna sonora del mio momento. Di quel momento in cui puoi andare da tuo papà a dirgli che ora può cancellare quella telefonata, può dimenticarsi di quel peso.
Flash forward. Anno 2022. Dicembre.
Mi alzai una mattina - una mattina come tante altre - per andare in ufficio. Ero in bagno che mi cambiavo. Ero a torso nudo e per qualche motivo mi fermai un secondo di troppo a guardarmi allo specchio. Malissimo. La pancia era troppo rotonda, i muscoli attorno a petto e spalle inesistenti. La postura era pessima, la schiena era sempre più dolorante. Per dirla senza mezzi termini. Ero un vecchio nel corpo di un 39enne. Urgeva fare qualcosa.
Cosa? Crossfit. Ve lo dico spassionatamente. Per i primi 3 mesi di allenamenti, ogni volta che entravo in palestra avevo un pensiero unico: "Adesso smetto e non ci torno più". Non erano allenamenti ma torture quotidiane. Arrivò - come dicevo all'inizio - quel temporale estivo, imprevisto e impetuoso che non mi sarei mai aspettato.
Fine Gennaio 2023. E' da meno di un mese che faccevo Crossfit e il mio corpo stava onestamente molto peggio di un mese prima. Una domenica mattina- fredda ma soleggiata- pensai bene di andare a fare una passeggiata per sciogliere le gambe completamente bloccate dal nuovo regime di allenamenti. Abito a 300 metri dal campo da calcio di Rampazzo. Passandoci davanti vidi che stavano giocando una partita. ERano i Giovanissimi del Camisano Calcio. Entrai in parcheggio, mi avvicinai alla rete che mi separava dal campo. Sotto la tettoia intravidi Mario Tonin e Paolo Bolzon - rispettivamente Direttore Sportivo e Presidente del Real Rampazzo. Quell'anno impegnati nel campionato di seconda categoria. Li conosco da qualche anno. Mi avvicinai per salutarli. Mario mi strinse la mano dicendomi: "Ascolta, oggi pomeriggio hai da fare?" Lo guardai perplesso, perché so che dovevano giocare a Grumolo. "Perché se vuoi ti tesseriamo come portiere che siamo senza". Scoppiai a ridere. Solo che mentre mi spiegavano degli infortuni infiniti di tutti i portieri passati per di lì, mi tornò in mente quella telefonata. E le parole di Romeo. "Probabilmente uno degli errori peggiori della mia vita".
Dissi a Mario: "Guarda oggi no sai, ma fammici pensare qualche giorno e ti dico". La faccio breve. Il martedì ero in Decathlon a comprare tutto il necessario per allenarmi. Scarpette, guanti, calzettoni, maglie. Il mercoledì ero in campo per il mio primo allenamento.
Fortuna che per le prime 3 partite il primo portiere - Matteo Chiarentin - tornò disponibile anche se con un ginocchio dolorante.
Un mese prima passavo le serate - tutte - sul divano e adesso mi ritrovavo a fare due allenamenti di Crossfit e due di calcio.
Per il primo mese feci lo spettatore non pagante. Mi allenavo durante la settimana. Andavo in panchina la domenica senza nessuna velleità di giocare. Chi mai farebbe giocare come primo portiere un 39enne senza esperienza, che non gioca a calcio da quando aveva 12 anni e che fisicamente - per essere educati - è leggermente in difficoltà? Nessuno, ma proprio nessuno.
Non succede. Ma se succede. E successe. Purtroppo per Matteo. Trasferta contro la terza in classifica - portate pazienza ma non ricordo la squadra - diciamo importante vista la nostra classifica deficitaria. Fare punti era fondamentale. Anzi, era questione di vita o di morte. Giornata soleggiata, tendente al tiepido. Solita routine. Mi cambiai, mi scaldai, mi sedetti in panchina. Sfiga che al 25esimo circa, Matteo dopo una presa alta piuttosto banale, ricadde male sul ginocchio già acciaccato. Guardai gli altri in panca. Tranquilli, si rialza. Dai che si rialza. Cazzo non si rialza. Mister Giaretta, si girò, mi guardò e pronunciò le parole magiche: "Michele, tocca a te". A 30 anni circa dalla mia ultima partita in un campo da calcio, ero sulla linea laterale in attesa di entrare. Consegnai il foglio all'arbitro e andai in porta. Penso: "Quindi sta succedendo davvero?" Eravamo avanti 1-0 quindi il primo vero pensiero fu: "Michele, evita di mandare tutto in vacca".
Primo intervento. Uscita fuori area calciando la palla negli spalti per evitare qualsiasi fraintendimento.
Secondo intervento. Punizione sul mio lato destro fuori area per gli avversari. Palla che sorvolò tutta l'area. Presa alta in due tempi. Tuffo per terra per controllare la palla. Incredibile. Mi ricordavo ancora come si faceva.
Terzo intervento. Altra presa alta su un cross avversario. Presa sicura. Sempre più incredibile.
Due settimane prima chiedevo a Pietro Padovan come vestirmi per il riscaldamento e adesso ero dentro ad una partita vera dove era richiesto il mio contributo per difendere il risultato.
Il goal lo presi. Nel secondo tempo. Palla che arrivò profonda sul limite dell'area piccola. L'attaccante la mise a giro sul secondo palo.
Mi inventai un paio di interventi in uscita di cui uno salva risultato parando di tibia un tiro diretto in porta.
Ad ogni parata, ad ogni intervento le parole pronunciate a Romeo al telefono 30 anni prima, sembrava quasi svanissero nel nulla. Come sabbia tra le mani.
Venni graziato quando il loro attaccante da fuori area prese l'asta e la palla rimbalza fuori dalla linea di porta. 1-1 contro la terza in classifica. Come esordio poteva essere molto peggiore.
L'arbitro fischiò. Mi guardai intorno. Volevo correre e urlare per tutto il campo. Mi veniva voglia di piangere. E le lacrime le sentivo arrivare ma fui bravo a tenerle dentro. Abbracciai tutti. E' probabile che in quello specifico momento fossi l'uomo più felice del pianeta.
Arrivai a casa. Chiamai subito Romeo. Ero leggermente su di giri: "Papà, ho esordito in terza categoria. Abbiamo pure pareggiato. Ho pure giocato bene". Dall'altra parte del telefono un lunghissimo: "Nooooooo". Credo un misto di stupore e gioia. E poi la frase che rimise a posto tutto: "Domenica prossima vengo a vederti".
Ok. La seconda partita da titolare non andò benissimo. Anzi, posso dirlo? Andò di merda. Perso 3-0 con due errori visibili dalla luna da parte del sottoscritto. Il primo su una punizione laterale fuori area dove sbaglio a posizionarmi e la palla letteralmente mi passa sopra la testa. E il secondo goal rimango immobile a vedere la palla entrare. Non benissimo. Anzi. Malissimo.
Però c'era Romeo a bordo campo a guardarmi. C'era anche la Giovanna che credo fosse indecisa se essere orgogliosa di quello che stavo facendo o se si stesse chiedendo come mai fosse venuto fuori un figlio così maledettamente strano. Però c'era. Ed era l'unica cosa che contava.
Finì così la mia esperienza da portiere titolare. Con un esordio positivo e una seconda partita dove penso che i miei compagni di squadra- se avessero potuto - mi avrebbero corso dietro per tutto il campo.
Quella singola decisione - presa per sbaglio una domenica mattina - ha rimesso a posto un sacco di cose. Ha cancellato quella telefonata prima di tutto. E poi mi ha fatto fare pace con il calcio. Perché l'ultimo ricordo che avevo era stato pessimo.
Racconto questa storia per un singolo scopo. Perché spero che chi è arrivato a leggere fino in fondo questo articolo, possa coltivare l'idea che non è mai troppo tardi. Che non è mai giusto o sbagliato. Che non esiste sconfitta definitiva. Come - del resto - non esiste vittoria definitiva. Che le occasioni quando si presentano vanno colte. Rischiando. Ma sapendo di aver fatto tutto il possibile per se stessi e per gli altri.
Restava solo una cosa da fare alla fine di quella scelta fatta senza pensare. Guardare negli occhi mio papà. Abbracciarlo e dirgli: "Papà ce l'abbiamo fatta".

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