Le lezioni che non si dimenticano mai

La domanda di apertura di questo post è di quelle filosofiche. Servirebbe il mio amico Gemo - laureato, studioso vero - per provare a rispondere. Ma la domanda è semplice. Perché impariamo?

Voglio dire, perché impariamo a camminare, a leggere, a scrivere? Perché impariamo a fare un lavoro, perché impariamo a comportarci bene - o male nei casi peggiori?

Non ho risposte, non ho nemmeno studiato la filosofia più spiccia per provare a dire la mia in maniera costruita e preparata. Quindi improvviso. A sentimento, presa molto alla larga e in maniera molto grezza e dozzinale, vi direi che imparare ha a che fare con l'evoluzione dell'essere umano. Impariamo a camminare perché credo che camminare ha a che fare con la sopravvivenza. Impariamo a parlare e leggere perché è nella natura umana la necessità di esprimersi. Impariamo un lavoro perché quel lavoro ci permette di mettere assieme il pranzo con la cena.

Imparare significa evolversi ed evolversi significa imparare. E direi che la chiudiamo qui con la filosofia che è per me un territorio sconosciuto.

Solo che, imparare ed evolversi sono due aspetti che nello sport sono molto ricercati. Anzi, direi proprio che sono la base per iniziare a praticare uno sport. Si impara - la tecnica, la tattica, la cura del corpo - e si evolve per diventare atleti e giocatori migliori e più completi.

Ho decine di ricordi e di aneddoti dove ho imparato. Dove qualcuno mi ha insegnato qualcosa - parliamo di pallacanestro - come il tiro, il passaggio, leggere un movimento. Ma due episodi, distanti tra loro sono scolpiti nei miei ricordi e li ritengo essere due pietre fondamentali della mia crescita.

Quei ricordi hanno a che fare con Michele Statua - allenatore - e con Nicola Donà - mio compagno di squadra.

Primo episodio. Terza media, primo anno di pallacanestro. Siamo allenati da Cristina Cogo e siamo pure primi in classifica. Arriviamo all'ultima partita di campionato per la sfida decisiva contro il Montecchio Maggiore. Ve la faccio molto breve. Ad un certo punto durante una lotta a rimbalzo, tiro una gomitata al ragazzo che difendevo. Sì, una gomitata volontaria - non per fargli male - ma sicuramente per fargli capire che lì non si passava, che c'ero io e che non gli avrei regalato nulla. Sono contatti sportivi, ci si appiccica facendo il taglia fuori. Ogni tanto succede che uno spinge di più, o che venga alzato un gomito di troppo. Ecco, durante quella partita la parte del cattivo la stavo facendo io.

Dicevo. Gomitata. Arbitro che fischia giustamente il fallo. Il ragazzo che marcavo viene faccia a faccia con me dicendomi una frase che suonava all'incirca così: "Fallo un altra volta e ti rompo un braccio". La prima minaccia non si scorda mai.

Invece che starmene zitto e tornare a giocare, improvviso anche la risposta più stupida che potessi mai pensare: "Bè guarda, provaci se hai il coraggio". Nemmeno il tempo di riprendere il gioco che dal tavolo del giudici viene chiamato un cambio. Guardo il tavolo e Cristina mi fa cenno che sono io quello che deve uscire. Esco, do il cinque al mio compagno ma prima di andarmi a sedere, Michele Statua, che era venuto alla partita per dare una mano a Cristina, mi prende per un braccio, mi ferma e mi punta il dito contro. Ancora prima che potessi realizzare la situazione, coach Statua parte con un perentorio: "Non ti devi mai più permettere di fare così". Non stavo capendo il motivo di quelle parole, ma un secondo dopo divenne tutto molto chiaro: "Le chiacchiere non servono a nulla. Se vuoi dimostrarti più forte del tuo avversario, gli segni in faccia, gli prendi i rimbalzi in testa, lo stoppi e vinci le partite. Ma non voglio più sentirti dire certe cose".

Tradotto. Sono i fatti quelli che contano, sono le vittorie quelle che contano. Le chiacchiere sono inutili. Se vuoi essere un giocatore vero, dimostralo. Non parlare. 

Credetemi, da quella partita non ho mai più parlato con un avversario. Lezione imparata. Evoluzione avvenuta.

Secondo episodio. Qualche anno dopo. Ero all'ultimo anno Cadetti in Trasteverina - storica società di basket di Vicenza - e mi allenava Beppino Beato. Che ad un certo punto della stagione mi prende e mi porta in panchina in Serie D e a fare gli allenamenti con la prima squadra. Durante uno dei primi allenamenti con gente che aveva cinque, sei, dieci anni più di me, si finisce con un cinque contro cinque a tutto campo. Il coach da le marcature e mi ritrovo a marcare Nicola Donà. Ragazzo che sfiora i due metri, braccia sconfinate e un corpo costruito in laboratorio e pensato per uno unico scopo. Saltare. 

Uno dei miei peggiori difetti è essere presuntuoso. O meglio pensare che in campo sia sempre e comunque io quello più forte. A livello Cadetti facevo sempre canestro, prendevo un sacco di rimbalzi e avevo la sensazione che nessuno potesse realmente fermarmi. 

Prima azione di quel cinque contro cinque. Nicola riceve palla sul lato destro del campo in posizione di ala. Lo sto difendendo con l'idea che "tanto sono io quello più forte". Primo passo rapido come mai avevo visto prima, vengo battuto subito. Nicola è già con i piedi sulla lunetta e io devo ancora reagire e ho già preso un metro di distanza da lui. Mentre col braccio provo a recuperare la posizione, Nicola letteralmente spicca il volo da appena dentro la linea del tiro libero. Mentre io arranco, lui è per aria col braccio completamente esteso e la palla ad altezze che io non avevo mai visto. Che nemmeno immaginavo potessero esistere. 

Non fu una schiacciata. Fu una detonazione. Il rumore del pallone che rimbalza con forza sul pavimento lo sento ancora dentro le mie orecchie. Lorenzo Trevisan, altro mio compagno di squadra e persona dotata di saggezza superiore sì mette a ridere e guardandomi mi fa: "Tranquillo, lo fa a tutti". 

Sembrava una specie di battesimo. Benvenuto in Serie D ragazzino. Seriamente, mi ci sono voluti alcuni giorni per uscire da una sensazione di sconforto totale dopo aver subito quella schiacciata in testa da Nicola. E chi avrebbe mai raggiunto fisicamente Nicola? Come avrei mai potuto pensare di "rubargli il posto" in squadra o anche solo avvicinarmi al suo livello? E cosa pensavano gli altri di questo ragazzino magro e poco atletico che era appena stato spazzato via con facilità irrisoria?

Rimangono solo due cose da fare. Imparare ed evolvere. Ho imparato ad essere meno presuntuoso, meno supponente. Ho imparato a lavorare sui miei punti deboli. Perché Nicola mi aveva mostrato coi fatti la distanza tra me e lui. E non ci sono scuse, non ci sono i sé o i ma. Non ci sono le chiacchiere. C'è solo quello che fai o quello che non fai. Ho dovuto evolvermi per provare a giocare ad un livello che in quel momento era per me ingestibile. 

Servono maestri come Michele Statua che non solo mi ha insegnato il basket ma mi ha insegnato ad essere onesto verso me stesso. E servono compagni di squadra come Nicola Donà che ti dimostrano a fatti quale deve essere la tua strada per migliorare. Per imparare ed evolvere

Ho imparato molto. E mi sono evoluto. Da presuntuoso a umile. Da supponente, ad attento ai dettagli. 

Se pensiamo che il basket sia solo basket, allora non abbiamo capito nulla del basket.


 

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