W.A.Y. - Parte III
Da qualche parte, in qualche cassetto a casa dei miei genitori c'è ancora una lettera che Romeo ha ricevuto diversi anni fa - credo tra fine anni 80 e inizi 90 - dove per il suo lavoro veniva minacciato e sfidato a duello per risolvere una volta per tutte la contesa.
Ero piccolo all'epoca quindi quella storia si è persa tra i miei ricordi e non ci ho mai dato troppo peso. Mi ricordo solo che Romeo la liquidò come una cosa su cui non perderci troppo tempo.
Romeo è stato per anni un dirigente sindacale di discreto livello, con tanta responsabilità, tanti impegni anche istituzionali - che lui odiava - e un sacco di persone che suonavano il campanello di casa nostra per le più svariate richieste.
Ha avuto un bel po' di pressione addosso nella sua carriera lavorativa, anche perché il suo atteggiamento non era esattamente quello di allineamento perfetto ai dettami dell'organizzazione. E' sempre stato un uomo poco interessato alla politica dentro al sindacato e più vicino ai problemi dei lavoratori. Passava giornate intere in giro per i cantieri - ogni tanto portava pure me - a parlare con operai slavi, rumeni, marocchini. Faceva il lavoro oscuro che altri dirigenti non si sognavano nemmeno di fare. E questo comportava un sacco di problemi. Perché chi non si allinea è sempre visto con sospetto.
Perché racconto questo? Perché qualche anno fa gli chiesi: "Come mai non ti perdevi nemmeno una partita mia e di mio fratello? Ogni weekend facevi centinai di km pur di vederci giocare".
Risposta: "Perché non vedevo l'ora che arrivasse il weekend per vedervi giocare. Quello era il momento più bello della settimana".
Tradotto. Mio fratello e io siamo stati importanti per nostro papà. In un momento della sua vita dove aveva bisogno di vedere la bellezza, uno spiraglio di luce.
A casa sto leggendo il libro sulla vita di Paolo Rossi. Ad un certo punto scrive dei suoi genitori. E quello che leggo mi risuona alla perfezione. Paolo scrive che ogni altra domenica i suoi genitori facevano centinaia di kilometri per andarlo a vedere a Torino. Sempre vestiti bene, sempre educati, sempre a modo.
Io ho gli stessi identici ricordi. La Giovanna alle mie partite sempre vestita bene, composta, educata, che salutava tutti e sorrideva a tutti. Romeo sempre con il jeans, maglione, cappotto. Sicuramente più esuberante ma mai offensivo. Mai una parola fuori posto. Quando li vedevo arrivare sugli spalti non solo mi faceva piacere. Ero orgoglioso.
Ero tremendamente orgoglioso quando mi portava in giro per tutto il nord Italia a vedere mio fratello giocare. A Lignano con la rappresentativa regionale o a Bergamo in campionato. Con la mitica Fiat 127 bianca, il panino e la coca coca come pranzo. Giornate semplici. Il viaggio, la partita, il pranzo a sacco e poi tutti a casa.
Ero orgoglioso di vedere mio fratello andare a Roma con la rappresentativa e vedere i miei genitori contenti ma sempre con un atteggiamento contenuto. Qualcuno la definirebbe classe. Io vedevo intelligenza. Vedevo due persone che capivano il loro ruolo di genitori e l'importanza di non tracimare mai. Di stare al loro posto e di fidarsi degli altri.
Ci sono due istantanee che credo spieghino mille volte meglio quello che sto provando a scrivere. La prima - più recente - è una chat tra me e la massaggiatrice della squadra di mio fratello. Che vi racconta una cosa molto semplice. Romeo allo stadio si diverte. E pare faccia anche divertire.
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| Se vi avanza del tempo. Stadio di Lerino. Domenica pomeriggio. Spettacolo puro sugli spalti |
La seconda meno recente, è quella della vittoria del campionato di Promozione nel 2011. A fine partita tutti in campo a fare festa, saltare e ballare. Il primo ad arrivare, manco a dirlo. Romeo.
| Romeo di spalle. Jeans d'ordinanza. Maglietta a righe e non lo fermi più. "Quello era il momento più bello della settimana". Questa frase vale mille volte di più di qualsiasi altro gesto. |

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