Il primo terzo tempo non si dimentica mai. (A Cristina)

Primo post del nuovo anno. Venerdì 10 Gennaio. Sono le 20.53. Sul telone (cit. Marta Tonin) sto guardando i Cleveland Cavaliers. Serata di completo relax se ci aggiungiamo il pandoro e l'immancabile thè caldo. 

Miglior squadra Nba se per caso ve la foste persa....

E' quindi la serata perfetta per staccare la spina e aprire il bussolotto dei ricordi. E questa sera parto veramente dalla basi. Dall'ABC del basket. Faccio una domanda. Vi ricordate chi è stata la prima persona che vi ha insegnato il terzo tempo? Un movimento che chiunque abbia mai preso una palla a spicchi in mano ha sicuramente fatto. Ecco, vi ricordate chi è stata la prima persona che vi ha messo a 4-5 metri dal canestro e con voi ripeteva: "Sinistro-Destro-Sinistro" oppure: "Destro-Sinistro-Destro" per fare in modo che prima o dopo quel movimento diventasse automatico?

Per quando possa sembrare banale - il terzo tempo intendo - vi do una notizia. Quella persona è sicuramente la persona che vi ha fatto innamorare del basket. Perché il primo amore non si scorda mai.

Ecco, nella mia personale esperienza e in questo continuum tempo spazio, quella persona che mi ha insegnato il terzo tempo e quindi mi ha fatto innamorare del basket è stata una ragazza. O meglio, è stata la mia prima - e unica - allenatrice. Cristina - per voi Cristina Cogo - è stata quella che in una sera di inizio settembre di un anno imprecisato in mezzo agli anni '90, mi ha messo una palla in mano, mi ha letteralmente accompagnano appena dentro la linea dei tre punti e come un'insegnante di ballo, mi indirizzava, contava i passi. Sinistro-Destro-Sinistro. Destro-Sinistro-Destro. Mi seguiva, mi mostrava come fare.

Può sembrare banale, ma a parte il campetto, non avevo mai giocato veramente a pallacanestro dentro una palestra, in una squadra vera e in sistema che doveva sembrare vagamente organizzato. 

La sera in cui lei si è messa di fianco a me, prendendomi sotto braccio o mettendomi le braccia attorno ai miei fianchi per mostrarmi letteralmente come muovere i piedi pensai a due cose. Nell'ordine:

1. Si è già innamorata di me;

2. Wow. Questa vuole veramente insegnarmi qualcosa. Ed è pure brava.

Sul punto uno chiarisco subito che avendo il all'epoca 13 anni e lei circa 18 o 19, il sottoscritto era semplicemente nella fase adolescenziale nella quale se qualcuno del sesso opposto ti salutava con un anonimo "Ciao" significava averla chiaramente conquistata.

Quindi figuratevi una ragazza che si mette di fianco a me per un intero allenamento a spiegarmi come muovermi, che mi sorrideva, che mi spingeva a ripetere e a migliorare.

Citando Jerry Maguire: "Mi avevi convinto al ciao".


La mia prima partita ufficiale e la Cristina col pile rosa

Superata la fase "innamoramento adolescenziale" e superato lo scoglio "ti insegno il terzo tempo" c'è una cosa che devo dire a Cristina. E desidero che sia pubblica, perché è vero che è una cosa che ho vissuto io e che appartiene solo a me. Ma è un messaggio che voglio condividere con chi avrà la gentilezza di leggere questo blog.

Oggi, nella pallacanestro moderna va molto di moda avere giocatori alti - nel caso di Wembanyama anche altissimi - che giocano non da Centro o Ala Forte, ma di fatto giocano da guardie o ali. Diciamo genericamente che giocano da esterni. Per farla breve, nel basket moderno i lunghi vengono fatti giocare da esterni. 

Non vi faccio la storia di quando questo sia iniziato, di come fosse il basket NBA negli anno '90 e come sia cambiato oggi. E' successo. Oggi, per svariati motivi - tecnici, tattici, motori - abbiamo giocatori sopra i 2 metri e 10 che tirano 10 volte da tre punti, che conducono un contropiede, che giocano un pick and roll. Lunghi che giocano da piccoli.

Al mio primo anno all'Aurora 76 di Camisano Vicentino - credo fosse il 1996 - ero il più alto in squadra assieme a Fabio Lucatello e a Claudio Zambotto. Quindi, Cristina semplicemente mi mise a giocare sotto canestro, in post basso. Ricordo perfettamente che durante un allenamento iniziai a tirare da tre. Mi urlò dietro con tutta la voce che aveva in corpo e con quel suo tono acuto: "Micheleeeee, non voglio più vederti tirare da treeeeeeeeeeeeeeeee". Messaggio recapitato forte e chiaro. 

I miei primi due anni in un campo da basket li passai esclusivamente a prendere i rimbalzi e ad imparare i movimenti in posto basso. Il gancio, il semi gancio, il passo ad incrocio. Avevo 13 anni i miei idoli all'epoca erano Zo Mourning, Hakeem, Shaq, Kemp, Barkley. Che potevo vedere solo alla domenica quando da qualche parte in tv facevano vedere una partita. E io provavo ad imitarli. 

Poi col passare degli anni, mi ritrovai in squadre dove non ero il più alto e nemmeno il più grosso e muscoloso. Anzi, ero quello che arrivava a fatica al metro e novanta e che ha visto la bilancia superare i 75 kg solo superati i 30 anni. 

Ero magro - si dice secco adesso - e non particolarmente alto. Eppure in tutte le squadre dove ho giocato ho sempre giocato da lungo o - per dirla meglio - da mezzo lungo. Marcavo gente più alta e più grossa e pesante di me. E lo facevo bene - almeno credo - perché tutti i miei allenatori me lo hanno sempre fatto fare.

Giocavo da lungo, anche se realmente ero un piccolo. Sono cresciuto - cestisticamente parlando - in contromano rispetto allo sviluppo del gioco. Promozione o NBA il concetto non cambia. Mentre il mondo andava a cercare lunghi che potessero giocare da piccoli, io crescevo e giocato da lungo essendo un piccolo. E' stata la mia fortuna - o salvezza - perché non essendo una scheggia coi piedi, marcando gente più alta e lenta non facevo brutta figura. 

Cristina, involontariamente credo, ma con fermezza e chiarezza mi ha instillato l'idea che io avrei potuto giocare da "gigante". A prescindere dalla mia altezza e dal mio peso. Ho potuto sviluppare le mie caratteristiche in un modo talmente unico e particolare che ancora oggi ne vado particolarmente orgoglioso. E' come aver potuto osservare la vita da un punto di vista diverso. E soprattutto di non poter essere etichettato. Cosa ero io in campo? Un lungo? Un piccolo? Avrei tirato da tre? Avrei giocato in post basso? 

Mi sono sempre portato dentro l'idea che io non ricoprivo un singolo ruolo. Io andavo in campo. Io giocavo. Punto.

E giocavo da "gigante". Con l'idea che avrei potuto attaccare contro chiunque e difendere contro chiunque. E che non mi sarei mai tirato indietro.

Cristina nella fase più importante della mia vita - quella dell'innamoramento adolescenziale - mi ha inviato un messaggio subliminale. Nascosto alla mente ma chiaro per il cuore: "Gioca da gigante".



 

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